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Queen – Queen (1973)

18 Lug

ql-queenI

Facciamo così, riprendo da dove avevo lasciato. Dopo tanto, tanto e tanto lavoro (e poco poco guadagno…), l’unica vera ricompensa resta la musica. Dove ci eravamo lasciati? Già, Innuendo. C’è ancora il bracciolo del divano mezzo incrinato dalle botte di adrenalina. Forse è un caso, ma avevo perso la fantasia di scrivere di musica – o meglio, il tempo e la voglia  – dopo Innuendo, mi torna la vena con Queen. Ai più conosciuto come Queen I, ma se c’è un I è perché poi segue un II…

Al di là delle divagazioni linguistiche: questo non è un disco, è una premessa/promessa. Quello che saranno i Queen, è come se fosse il volantino con tutte le primizie che troverete in negozio. Ce n’è per tutti i gusti, dal punk al prog, heavy metal, psichedelia, glam, rock’n’roll. Non vi tedio con altro, vi lascio – e augurandomi che ora prendiate il vostro bel disco e lo ascoltiate tutto d’un fiato (dai sono 38′ circa, niente di così impegnativo!!!) – motivando il perché Queen è uno dei dischi più importanti della storia della band (e anche del rock).

1) da questo album (una collezione di tante registrazioni sparse dei primi tre anni di Queen prima della loro firma per la Emi: ci sono pezzi di Brian May, altri di Mercury ancora quando si chiamava Freddie Bulsara) si capisce che i Queen non sono solo Bohemian Rapsody.

2) se esistono una, dieci, cento Bohemian Rapsody, è anche perché c’è stato un Queen I.

…allora? Ancora non avete spinto play? e daiiii

Queen – Innuendo (1991)

9 Gen

innuendoTristezza, abbandono, dolore, voglia di vivere, di proseguire, di lasciare il segno. Comunque. Tutto questo è Innuendo, al contrario di quanto ai posteri verrà lasciato simbolicamente. L’ultimo disco registrato in studio da Freddie Mercury e pubblicato circa 10 mesi prima della sua morte per Aids. Col senno di poi lascia interdetti la semplicità con cui uno degli artisti più incisivi della musica del Novecento, lasciava alle note i suoi innumerevoli testamenti. Cantava I’m Going Slightly Mad e soprattutto The Show Must Go On che varrà come suo ultimo volere, in barba alla malinconia con cui i suoi compagni di avventura in 20 anni di carriera lo hanno accompagnato sull’ultimo altare.

E non importa se quel testo alla fine emerse averlo scritto Brian May. Il risultato, il senso, e il voler veicolare un messaggio comunque positivo rimangono. Specie perché la lenta debilitazione che la malattia procurò a Mercury colpì l’intera band, nessuno escluso. Non è un caso che proprio The Show Must Go On sia l’ultima traccia dell’album, Mercury volevano fosse ricordato così, con il sorriso del giocoliere dell’illustrazione di copertina ispirata a J.J. Grandville.

Una storia, l’ultima in presa diretta (alla quale va escluso Made in Heaven perché postumo alla morte del cantante) che i Queen offrono di loro stessi, senza più veli perché ormai tra riviste scandalistiche e allussioni dei quotidiani, il gossip era ormai passato dalla leggenda alla dura realtà. I Queen finiscono qui, e non poteva esserci fine più vera per un gruppo tanto vero. Questi sono i Queen che ringraziano tutti, compreso l’amico ex Yes, Stewe Howe, artefice del meraviglioso solo di chitarra spagnola nella “bohemian” title track. Innuendo va assaggiato a fondo, letto e riletto, solo così riesce a svelare la sua insita essenza di disco finito nella sua pur effettiva incompletezza finale. Per i Queen fu una corsa contro il tempo e contro la morte. Il risultato era già scritto.

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