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EXTRA | ll Blues degli anni Ottanta, il ricambio generazionale e gli esordi di Stevie Ray Vaughan. Il Texas Blues e la sua rinascita.

26 Dic

01 collins

Un famoso detto dice che il blues «è l’anima della musica, la fonte alla quale si torna sempre ad abbeverarsi, motore e linfa vitale di ogni ispirazione». Da questo assioma si parte per il viaggio nel periodo più introverso del blues di fine millennio. Cos’era il blues nei primi anni Ottanta? Una domanda che può sembrare sciocca, banale. E invece ho provato un certo interesse ad approfondirla. Il blues nei primi anni ’80 veniva da un momento di stasi a livello mondiale, dalla rivoluzione di Woodstock aveva vissuto all’ombra silenziosa del rock fregiandosi di un’etichetta anche un po’ snob. Ma quando arrivò l’ondata della new wave, del punk, addirittura del Metal, il pubblico ormai era rivolto ad altri ascolti (anche alla disco) e il palco blues medio era sempre più svuotato. Se c’è un momento esatto in cui il blues iniziò ad isolarsi, tornando quella musica di nicchia, probabilmente va collocato negli anni ’70. Poi nel 1980 arrivò il film The Blues Brothers e la gente tornò ad interessarsene, ma il vero blues non era quello.

Andiamo per passi, perché non è semplice orientarsi. Innanzitutto, tale crisi non deve indurre a pensare in qualcosa di improduttivo, anzi. In questo periodo usciranno comunque degli album che hanno fatto e continuano a fare la storia del genere, ma si registra una sorta di senilità musicale, sono sempre i soliti T-Bone Walker, B.B. King, Albert King, John Lee Hooker, ecc. In questo periodo escono dischi interessanti, sia per il blues che per il rock, ma se quest’ultimo vive sempre nelle luci della ribalta, il primo vive soprattutto nel suo ghetto e nel 1980, per darsi lustro è costretto ad inventarsi i suoi Oscar, i W.C. Handy Awards.

Tra le onorificenze del 1982 e quelle del 1984 si segna il cambio di generazione. Nel 1982 vengono insigniti del premio “Blues instrumentalist” Albert Collins, Buddy Guy, Clarence “Gatemouth” Brown, Johnny Copeland e Luther Allison. Nomi celebri da almeno 30 anni e – fatto paradossale – anche nel premio “Contemporary Bluesman” vincono comunque gli stessi Albert Collins, B.B. King, Johnny Copeland, oltre a Muddy Waters e Z.Z. Hill. Non proprio dei giovanissimi…

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Clarence “Gatemouth” Brown – No Looking Back (1992)

6 Ott

Artista/Gruppo: Clarence “Gatemouth” Brown
Titolo: No Looking Back
Anno: 19992
Etichetta: Alligator Records

Clarence ‘Gatemouth’ Brown non ha mai promesso altro che la sua ‘verità’. Senza sottostare alle pressioni della moda, delle case discografiche e dei tempi”. Così spiegava Jim Nelson, uno dei massimi esperti di musica rock e blues nel panorama delle radio americane, l’uscita nel 1992 di No Looking Back. Si trattava di tracciare una linea ideologica che sapesse spiegare per larghi tratti l’importanza del padre del disco, Clarence “Gatemouth” Brown.

Chitarrista eccentrico, che nella sua longeva carriera ha saputo raccontare attraverso il blues diversi spaccati dei diversi mondi che ha vissuto. Si parla di stili, ed è complicato contestualizzare Brown dentro uno o l’altro genere. Parte dal blues, ma poi inevitabilmente prende sempre – in ogni singolo album – una tangente fatta di contaminazioni, dal jazz al country, allo swing, al bop.

No Looking Back comincia proprio così, con Better Off With The Blues, un intelligente compromesso tra il blues di stampo “Gate” e la sua vena incline al jazz. Ancor più chiaramente, il clima jazzistico emerge nettamente con Digging New Ground dove sia il basso di Harold Floyd, che la schiera di fiati alle spalle di Clarence, e capitanati dalla tromba di Terry Townson, ci introducono swingeggianti in atmosfere, con la chitarra di Brown che si alterna in brevi schegge alle linee solistiche di tromba, sax e pianoforte. Tutti strumenti prettamente jazz, a partire dal ritmo che impartiscono al brano. È jazz anche nel tema, uno standard alla Glenn Miller che introduce e conclude.

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Robert Johnson – Me and the Devil Blues (1937)

9 Dic

Ricordate il post su Me and Mr. Johnson di Eric Clapton? Tra quelle tracce coverizzate da Slowhand, c’era anche Me and the Devil Blues. Copio la stringa che avevo scritto sul brano:

Me and the devil blues è semplicemente il motivo per cui i testi di Johnson furono spesso considerati demoniaci. Sembra di starlo a sentire mentre racconta la storia della sua dipartita con il demonio, che causerà botte e percosse alla donna (anche questa una costante dei brani di Johnson), lei gli chiede il perché, me lo ha detto Satana risponde, per poi chiedere di seppellire il suo corpo al bordo dell’autostrada, così l’anima potrà prendere il primo bus e volare via.

A questo connubio con satana, ma anche del miracolo-maledizione di Robert Johnson, avevo parlato anche in merito a Frank Marino. Sopra c’è il brano originale, lo potete trovare, tra gli altri, nella bellissima raccolta Robert Johnson – The complete recordings, un po’ difficile da trovare ma una delle migliori in circolazione, se non la migliore in assoluto. Di seguito il testo integrale:

Early this mornin’

when you knocked upon my door
Early this mornin’, ooh
when you knocked upon my door
And I said, “Hello, Satan,”
I believe it’s time to go.”
Me and the Devil

was walkin’ side by side
Me and the Devil, ooh
was walkin’ side by side
And I’m goin’ to beat my woman
until I get satisfied
She say you don’t see why

that you will dog me ‘round
spoken: Now, babe, you know you ain’t doin’ me
right, don’cha
She say you don’t see why, ooh
that you will dog me ‘round
It must-a be that old evil spirit
so deep down in the ground
You may bury my body

down by the highway side
spoken: Baby, I don’t care where you bury my
body when I’m dead and gone
You may bury my body, ooh
down by the highway side
So my old evil spirit
can catch a Greyhound bus and ride

Lightnin’ Hopkins – Mighty Crazy

24 Nov

È una filastrocca, come la nostra «all’osteria numero uno…». Solo che Mighty Crazy (come gran parte dei testi blues), è suonata con chitarra finger picking. Dal grande Lightin’ Hopkins. Peccato non ci sia un live in giro sul web, ma di altre sue perle dal vivo se ne trovano. Per quanto mi riguarda potete intanto accontentarvi di questi oltre sette minuti di blues, immergervi nel suo ascolto. Vi accorgerete che per lunghi tratti Lightin’ suona e canta a braccio, improvvisa i soli, improvvisa il testo, lo plasma sulla tonalità, lo contestualizza in base all’uditorio. Temporeggia cercando le parole giuste, è blues variabile questo, è la sua pura essenza. Un piacere.

The Blues Collection 77 – Phillip Walker – Steppin’ Up In Class (1993)

18 Nov

Il 22 luglio 2010 la Delta Groove Records inoltrava una mail con cui comunicava al mondo la morte per infarto, del «leggendario bluesman Phillip Walker». Morte fresca (oddio, oltre un anno…) almeno in rapporto a tanti personaggio su cui si scrive e si ascolta, e deceduti tanti decenni fa. Incipit doveroso perché d’attualità, ma l’oggetto del post è il consiglio d’ascolto di questo chitarrista eclettico e variegato che si pone all’interno del delta blues ma che ha affrontato di tutto. Mai banale, di rado fisso sullo stesso standard, Walker ha anche suonato con Clifton Chenier e altri geni del blues americano.

La sua carriera è iniziata a prendere i passi sul gospel e i canti di chiesa R&B, ma poi i risultati sono stati di un’originalità a tratti rinfrancante per chi si ciba di blues dalla mattina alla sera e arriva al punto di dubitare che su tre note in sequenza si possa ancora inventare qualcosa. Per chi ne ha voglia la sua discografia offre tantissimi dischi, anche se come spesso capita, mi trovo a consigliarvi una raccolta tratta dalla Blues Collection. Quasi un’ora di piacevole ascolto, già da What Can I Do vi renderete conto che quando parlavo di originalità avevo ragione. Ciao Phil…

Band of Gypsys – Stop (1969)

28 Ott

Nel 1970 esce il disco Band of Gypsys, del gruppo omonimo capitanato da Jimi Hendrix. Il resto dei componenti, come è noto, oltre al chitarista, è completato da Buddy Miles (batteria) e Billy Cox (basso). Un disco che in Germania e Giappone venne pubblicato con l’aggiunta di tre tracce: Hear My Train A Comin’, Foxy Lady e Stop. Tranne Foxy Lady, le altre due sono state poi aggiunte all’album Live at Fillmore East, registrazione del 1969 che esattamente trent’anni dopo, nel 1999 fu edita dalla Mca Records.

Di quel bellissimo live (di cui resta ben poco materaiale documentario), vi propongo proprio Stop. Si tratta di una cover della celebre Stop del cantante rithm’n’blues, Howard Tate. Il quale, a sua volta deve i diritti d’autore ai due cantautori che l’hanno scritta: Jerry Ragovoy e Mort Shuman. In questo brano eseguito dalla BOG, alla voce dovrebbe essere Billy Cox (sempre che non si tratti dello stesso Tate in veste di special guest, anche se nel disco non risultano esserci crediti). Buon ascolto.

Junior Wells – Hoodoo Man Blues (1965)

10 Set

Artista/Gruppo: Junior Wells
Titolo: Hoodoo Man Blues
Anno: 1965
Etichetta: Delmark

Lo dice anche il back di copertina: pochi dischi sono riusciti a far conoscere al mondo il Chicago Blues come Hoodoo Man Blues, primo album della florida carriera di Junior Wells (e della sua Chicago Blues Band), vocalist e armonicista di uno spessore con pochi pari nella storia del blues. Questo è anche un disco particolare, in quanto racchiude in sé diverse gemme e curiosità. E nella storia della musica, per chi la ama veramente, avere aneddoti da recuperare vale tanto quanto una traccia in più da aggiungere all’album.

Innanzitutto colpisce la presenza, in tutto il disco, di Buddy Guy, che però, dopo una lunga battaglia del produttore della Delmark, Bob Koester, per acquisire i diritti del chitarrista, alla fine dovette rinunciare ai crediti. Dunque, almeno ai tempi della pubblicazione, Buddy Guy fu semplicemente riportato con uno pseudonimo: Friendly Chap, spiegato poi dall’impresario Peter Brown (Down e Game Records): «Because a buddy is a friend, a guy is a chap…». Altri aneddoti? Beh, basta ascoltare l’intero album e notare alcune variazioni di suono della chitarra di Buddy. Ciò fu dovuto al fatto che, l’amplificatore utilizzato, spesso faceva le bizze, così Guy fu costretto a registrare parte dell’album attaccando la chitarra a un Leslie specifico per gli organi Hammond. Non è però molto semplice notarlo, tanto che lo stesso Koester se ne lamentò: «Sono sempre stato colpito da come raramente i recensori di allora non riuscirono a percepire la differenza».

Ma veniamo al disco, che inizia da Snatch It Back and Hold It. Caratterizzata da subito per il sound della chitarra di Buddy Guy, con quelle quintine ripetute fino allo strenuo, la voce rauca e allo stesso tempo caldissima di Wells, oltre alla sua armonica nella prima fase centrale. Sono pochi minuti (quasi tre), in cui si comprende fin dall’inizio che non si tratta di un album come gli altri. Dentro c’è il Blues di Chicago, il gospel, il soul, e anche il funky di James Brown.

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