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Clarence “Gatemouth” Brown – Blues Ain’t Nothin’ (1972)

19 Gen

A volte può valere la pena ascoltare un intero disco per arrivare alla summa soltanto nel finale. Non è questo il caso, ma ci si avvicina. Mi riferisco a questo Blues Ain’t Nothin’ di Clarence “Gatemouth” Brown, che data 1972 anche se poi i siti specializzati, e la Black And Blue records dovrebbero spiegare meglio come mai le registrazione va dal 1971 (e va bene) al ’73 inoltrato (e qui qualcosa non quadra): forse un remaster con bonus uscito postumo? Si parla del 1999, boh.

Comunque dicevo, la fine. Già, perché le prime nove, dieci tracce sono un normalissimo corollairo a quanto Brown già ci aveva abituati nel tempo, fin dal suo esordio (vado a memoria: 1947 circa). Sebbene lo stile sia inconfondibile e mai rinnegherei quanto detto in passato sul suo conto, anche di dischi meno brillanti di questo: genio e tradizione si confondono. Ma se si trapassa il consueto (piccoli scampoli di schizofrenia, schegge nervose di blues a servizio dell’orecchio meno pigro), la cosa si fa ancor più interessante, e si drizzano le antenne dal sonnolento ascolto, proprio quando si arriva a quei brani finali che poi sono antecedenti a tutto il rimpasto del disco ufficiale.

Si tratta in sequenza di New Okie Dokie StompPiney Brown BluesHot Club Drive e The People, dove Gatemouth lascia la chitarra a Jimmy Dawkins e Mickey Baker e inizia a divertirsi con il violino. Sembra un dilettante. All’inizio. Poi ti tira giù dei virtuosismi in velocità che quasi viene da pensare che sia nato violinista ancor prima di impugnare la Firebird e marchiare a fuoco il suo stile, che non abbandonerà mai negli anni.

The Blues Collection 72 – Carey & Lurrie Bell – Father and Son (1993)

25 Nov

Artista/Gruppo: Carey & Lurrie Bell
Titolo: The Blues Collection 72 – Father and Son
Anno: 1993
Etichetta: Orbis De Agostini Group

Prosegue la mia impresa di recensire tutti gli album della Blues Collection. Arduo, lo riconosco, e chissà se riuscirò a finirlo. Forse un giorno, forse quando internet non esisterà più che chatteremo col pensiero. Beoh (oh, mi è venuto così, ma lo lo lascio ‘sto Beoh che mi piace…). Molti di voi – riconosco anche questo – si annoieranno, che balle le raccolte, e neanche originali direte. Ma, scarti non riciclabili che non siete altro: la musica non ammette balzane frustrazioni feticistiche, la musica è musica, scioglietevi da questo legame con l’album, con la confezione, col disegno, slegatevi, e gustatevi le note, l’armonia, questo soave piacere etereo e immateriale. E allora caliamoci nell’ennesima fatica di Sidistef: The Blues Collection 72 – Carey & Lurrie Bell – Father and Son.

Insomma, il titolo spiega già tutto e non mi resterebbe che lasciarvi all’ascolto. Ma meglio dare prima qualche coordinata, altrimenti vi avrei segnalato l’album come consiglio del giorno. Padre e figlio dunque. Carey e Lurrie, più tutta una serie di Bells che sarebbe stato meglio chiamarlo “father, son and the family Bell”. Ci sono Tyson al basso, James alla batteria, uno Steve all’armonica, a sostituire il vecchio Carey, ma anche a duettarci. Più incisivo il padre, Carey, morto nel 2007, uno di quelli che hanno saputo ben inserirsi nel solco della tradizione del Chicago Blues, quella di Sonny Boy Williamson (I e II), e Little Walter. Carey farà scuola per diverse generazioni con la sua armonica. Assieme a quest’altro tizio qui.

Non vorrei raccontarvi tutto il disco, ma solo una piccola parte, tre brani, tutti registrati a Chicago nel 1988, e pubblicati nel disco in studio Dynasty, uscito nel 1989 sotto l’etichetta Jsp Records. Per ognuno c’è anche una ragione spicciola ma non banale, che vi spiegherò via via. Seguitemi.

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Don Ross – Don Ross (1990)

22 Ago

Artista/Gruppo: Don Ross
Titolo: Don Ross
Anno: 1990
Etichetta: Duke Street Records

Certe cose però non sappiamo di non conoscerle e sicuramente non le conosceremo se qualcuno non ci illumina. È quello che è accaduto al sottoscritto quando è stato consigliato l’ascolto di Don Ross, chitarrista che si inserisce nel solco virtuoso del genere fingerpicking. Si tratta di un canadese ormai cinquantunenne che ha conosciuto il successo dopo aver vinto due National Fingerstyle Guitar Championship nel giro di otto anni. Il che non è cosa da poco per chi segue anche i festival.

Ho scelto di parlarvi dell’album omonimo, Don Ross appunto, secondo disco pubblicato per l’etichetta canadese Duke Street Records. Premetto: Ross non è un chitarrista molto considerato nel panorama musicale se non in America e dintorni, è quello che definiremmo il cronico artista di nicchia. In Italia almeno è così, non ha neanche una pagina su Wikipedia mentre i suoi video nel web si riducono a un concerto tenuto alla Trinity United Church in Cannington, qualche session in studio e alcuni duetti con Andy Mckee.

Ciò non deve però distogliere da una valutazione globale del suo operato. La mia sarà anche criticabile ma certamente scevra da ogni pregiudizio.

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EXTRA|Boon, una vita da mediano

18 Dic

Dopo avervi convogliato verso i Level 42 consigliando Best Level, non potevo non tornare, almeno brevemente sul luogo del delitto. Perché poi ci sono delle cose da mettere bene in ordine, a partire dal genere, tra i più ambigui e allo stesso tempo originali, a patto che ci si sforzi di andare oltre le apparenze. Fusion? Rock? Jazz? Pop? Funk? Diciamo un po’ tutto e niente di ciò. I Level 42 si fondano sulle vibrazioni del basso di Mark King, probabilmente con una forte dose di eccentricità, ma mai fuori posto.

Ruolo di primo piano rivestono anche le tastiere, condotte sapientemente da Mike Lindup, e i suoi cori in falsetto che conferiscono, assieme al riverbero della batteria, quel tipico sound anni ’80. Anche dance, se vogliamo, ma questo non deve deviare l’attenzione. All’inizio resti colpito negativamente (senza far retorica sulle giacche con le spalline, please!), ma con un buon impianto acustico i lavori dei Level si riescono ad apprezzare, e molto, non soltanto per la bravura del loro leader. È come se si fosse catapultati in fondo a un precipizio, e mentre si cade giù la realtà si ribalta, la forza di gravità cessa di affondarti e inizia un viaggio all’interno di cerchi concentrici di suoni mai inopportuni.

E dietro, nell’anticamera, in fondo all’ingresso principale, scalpita anche la figura di uno dei tanti musicisti costretti all’anonimato e all’”underated” eterno. Per questo vorrei parlare di più del chitarrista, Rowland Charles Gould, conosciuto come Boon Gould (pare perché lo zio un giorno giudicò la sua incapacità di piangere come un dono, “boon”…). Che con i Level 42 ha partecipato attivamente alla fondazione, abbandonando il progetto nel 1987 assieme al fratello Phil (il drummer della band), per poi riavvicinarsi a King anche dopo la reunion, ma stavolta beccandosi i crediti relativi ai testi e non alla partitura musicale.

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Bo Diddley – Blues Collection n.5 (1993)

19 Apr

Artista/Gruppo: Bo Diddley
Titolo: Blues Collection n.5 – Jungle Music
Anno: 1993

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Coerente. Userei questa parola per aggettivare la scelta di mettere in testa a questa raccolta la canzone The Story Of Bo Diddley. Il perché mi sembra chiaro: in questo brano di apertura del quinto numero della Blues Collection, quello dedicato a Bo Diddley, è stato scelto il testo più emblematico dell’artista, ripreso anche dagli Animals ma in quel caso rivisto nelle liriche, quello in cui Bo si cimenta nel racconto della sua vita, dalla nascita al successo.

In realtà è l’incipit ideale di un cantastorie, di un ramingo della chitarra, che si appella al suo talento chitarristico per espletare alla storia della sua affermazione. Fatta appositamente per chi vuole capire chi è Bo Diddley. La nascita («I was born one night about twelve o’clock»), il primo contatto con un agente («Now, a man stepped out wit’ a long cigar. He said, ‘Sign this line and I can make you a star»), il primo ingaggio alla Chess Records («My first engagement was in Chicago»).

Le rime di Diddley sono ricercate, strappate al suono, decostruite, il tutto per raggiungere il tutto.

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Pat Metheny – Imaginary Day Live (2001)

12 Apr

Un concerto che mi ha fatto avere il mio amico Foxtrot. Un bellissimo contest, immerso in un’atmosfera senza tempo che personalmente al primo ascolto non avevo per nulla apprezzato, forse anche perché sprovvisto di una conoscenza sufficiente di questo sfaccettato musicista.

Mi ero promesso di riascoltarlo meglio e senza troppo chiasso attorno. Ecco come va gustato secondo me: sdraiatevi sul divano, inserite il dvd, copritevi con una bella copertina di lana o di pile e inizierete a dialogare con le casse del vostro Home Theatre.

Pat Metheny merita una stanza particolare nell’universo della musica jazz. Di tutto questo live ho scelto l’ultima traccia, Minuano (Six Eight), forse la più jazz, con pattern e scale che ricordano molto i theme classici. L’intera formazione merita un plauso, con il tastierista, Lyle Mays, su tutti: un vero portento.

Sidistef

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