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David Bowie – Stage (1978)

24 Set

stage

Nel 1978, per la seconda volta, la RCA Records decide di pubblicare un disco live di David Bowie. Appena uscito, Stage divide subito critica e pubblico. C’è chi pensa sia l’ennesima operazione commerciale e polemizza con Bowie perché «non c’è niente di nuovo, nemmeno nell’interpretazione dal vivo». C’è chi invece apprezza un album dal vivo con tutto il Bowie post Ziggy, Heroes, Station to Station e Low.

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David Bowie – Pin Ups (1973)

1 Set

 

David Bowie - Pin Ups - Front

Per alcuni è il sogno di una vita, per altri solo una perdita di tempo. Un album di sole cover. Questo è Pin Ups, album di David Bowie, uscito nel 1973, stesso anno del più celebre Alladin Sane. Quando il Duca Bianco si era affermato da tempo. Era giunto il momento di divertirsi un po’. Ma non è un lavoro gratis… Ascoltatelo e capirete quanto lavoro c’è dietro.

STORIA. Pin Ups segna lo spartiacque tra il vecchio David Bowie di stampo glam e un Bowie nuovo, proiettato già al futuro e alla successiva fase soul. Questa fase si concretizza dall’incontro tra due ex componenti degli Spiders from Mars (il bassista Trevor Bolder e il chitarrista Mick Ronson), e i nuovi arrivati Mike Garson (piano) e Aynsley Dunbar, di cui parlerò successivamente.

IMPORTANZA. Relativa. Pin Ups non è certo un disco che contraddistingue uno “stile Bowie”. In compenso, è un album che dimostra come l’artista londinese riuscì a confrontarsi con il passato, senza indebolirlo e, anzi, arricchendolo di ulteriori significati fecondi. Provare ad ascoltare ad esempio Shapes of Things, cover della celebre traccia degli Yardbirds: nei passaggi finali, Bowie sembra addirittura anticipare Syd Vicius e il punk.

SENSAZIONI. Il disco scorre velocemente, anche grazie a tanti sfumati che stavolta non stonano e, anzi, aiutano a cucire una traccia alla successiva. Un extraterrestre che ascolti questo disco appena sceso sulla terra, potrebbe confonderlo per un concept album. Per il resto, la selezione evidenzia almeno un paio di passioni che David Bowie coltivava fin da giovanissimo: blues e british rock, specie se confezionato da gruppi di Londra. Quest’ultimo, soprattutto, emerge dalle cover degli Yardbirds (la già citata Shapes), degli Who (I Can’t Explain e Anyway, Anyhow, Anywhere) e dalla psichedelia dei primissimi Pink Floyd: See Emily Play è l’esempio vivido di come il Bowie degli esordi si sia quasi totalmente ispirato a Syd Barrett.

LA SORPRESA. Aynsley Dunbar. Batterista di immenso talento, che non conoscevo. Poi vado ad ascoltarlo con attenzione: eccezionale nelle idee e non solo nell’esecuzione, molto classico (nel senso rock del termine), in parte hard/space rock, stile As Bold as Love. Ha collaborato con i più grandi, da Frank Zappa a John Mayall, Jeff Beck. Secondo il musicista-impresario Chas Chandler, Aynsley arrivò alla selezione finale per diventare batterista della Jimi Hendrix Experience. Era bravo tanto quanto Mitch Mitchell, tanto che quest’ultimo fu scelto solo dopo un lancio della monetina… Si consolò creandosi un suo gruppo (gli Aynsley Dunbar Retaliation) e mettendo il sigillo, da session man, in innumerevoli capolavori, come Chunga’s Revenge di Zappa.

 

 

David Bowie – David Bowie (1967)

23 Ago

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Il duca bianco. Lo conosciamo tutti così. David Bowie. All’epoca, poco prima della pubblicazione del suo primo album, si atteggiava a voler diventare «l’Elvis Presley inglese». Devo dire che dopo innumerevoli ascolti di album live e bootleg di questo poliedrico artista, l’impresa gli è quasi riuscita. Se poi David Bowie non è diventato il Pelvis de noantri, semplicemente lo si deve alle sue mille sfaccettature e interessi, che fin dalla giovane età lo hanno portato a scandagliare i pi+ù disparati terreni musicali. E così, l’omonimo David Bowie, che esce nel 1967 sotto l’etichetta Deram Records (il “periodo Deram” sarà proprio un marchio di fabbrica del primo, indeciso, Bowie), in piena ondata beat-rock, è il frutto di una commistione di stili che si riflettono sulle tendenze della moda musicale della swinging London dell’epoca. In 14 tracce, alcune anche riadattate da lavori passati, abbiamo il vaudeville, le visioni mistiche, la psichedelia e il teatro: in Please Mr. Gravedigger per far finta di cantare sotto la pioggia, si mise l’impermeabile in sala di registrazione e si alzò il bavero frugando con le mani in una sacca piena di sassolini (quindi anche già un po’ schizzato…): fuso.

Dentro ci sono i Beatles, i Pink Floyd e addirittura qualcosa di Frank Zappa (Freak Out per intenderci), ma su quest’ultimo accostamento mi assumo le mie responsabilità. E poi il folk inglese e temi orwelliani. Poco, pochissimo di acustico presagisce il futuro avvento di Space Oddity. Bowie sembra isolarsi dal resto del mondo, vagando senza idee (o forse con troppe in zucca) da un territorio all’altro, scrutando tutto, prendendosi tutto. Questo primo album, dunque, lascia letteralmente senza parole, nel bene e nel male.

Io ve lo consiglio, evitando magari l’edizione Deluxe, troppo ripetitiva (altre 14 tracce in versione mono-mix sono una mazzata, il secondo cd di inediti è più stuzzicante ma se ne può fare a meno): perle restano Rubber Band e Love You Till Tuesday, ma nel complesso è tutto molto piacevole e brioso. Come and Buy My Toys, Join the Gang, When I Live My Dream e Silly Boy Blue, sono solo alcuni degli esempi di brani che furono proposti a molti artisti emergenti dell’epoca. Non li voleva cantare nessuno, li prese Bowie. Che non li cantò, li personificò.

 

TVC 15. Due modi differenti di rielaborare David Bowie

29 Giu

Ma sì, sfondiamo la barriera dell’etichetta e ammorbidiamoci sul semi-professionismo. Due versioni completamente differenti di TVC 15 di David Bowie, brano pubblicato nell’album Station to Station del 1976, il più lento di quella selezione, diciamo ancorato sul Bowie vecchio stampo, London beat. In rete ho  trovato diverse versioni di questa canzone eseguite da Bowie, molte delle quali con artisti d’eccezione (penso a Stevie Ray Vaughan tanto per citarne uno), ma mi ha divertito di più segnalarne un paio in cui Bowie non c’è e la rielaborazione è totale. La prima versione è di una band di New York tutta al femminile, le Anomy (Linde Herrmann – keyboards, synthesizers, sequencer, backing vocals; Elany Portafekas – vocals, rhythm box, synthesizers, flute; Kia Portafekas – synthesizers, electric bassoon, backing vocals), tratta dal loro unico lavoro pubblicato nel 1981, TVC 15 / Lone Wolf. E’  una TVC 15 molto più vicina (con i dovuti distinguo) allo stile di Heroes:

La seconda versione è molto più fedele all’originale, meno sovversiva ma più veloce. A concepirla sono i Comateens, band new wave di New York di fine anni ’70 formata da Nic North (Bass, Vocals), Oliver North (Guitar, Vocals), Lyn Byrd (Synthesizer, Vocals) e Rolly (Percussion):

David Bowie – Cactus (2002)

11 Giu

Nel 2002 David Bowie torna a lavorare con il produttore Tony Visconti (l’ultimo loro sodalizio risaliva a Scary Monsters (and super Creeps) datato 1980). Il risultato è un album ricco di cover e di carico di collaborazioni (da Tony Levin a Jordan Rudess, Pete Townshend, Dave Grohl): Heathen. Dal quale spicca anche questo rifacimento di Cactus, brano tratto dall’album capolavoro dei Pixies Surfer Rosa.

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