Tag Archives: dischi consigliati

Ray Charles – The Very Best Of Ray Charles (2000)

16 Dic

FrontNel panorama del blues, del gospel, del R&B, e anche del country si commette spesso un errore comune, si dimentica la figura di Ray Charles. Poliedrico e intelligentissimo pianista dalla spiccata eccentricità. Il suo nome richiama soprattutto la musica soul, Hit the Road Jack per esempio. Nota a tutti, splendente e vibrante nella sua brevitas di duetti con le coriste. Era solo il 1961, è ancora attualissima.

Ma Charles in quasi 60 anni di musica, ci aveva abituati anche a tante sfumature che rimane tuttora complicato stabilire quale fosse il genere da lui praticato. Vale la pena riascoltare allora la semi-natalizia I Can’t Stop Loving You, oppure Georgia on My Mind, e anche i tanti richiami che lo stesso James Brown, di una decade successiva, fece suoi per cavalcare il successo del soul/R&B.

Per capire Ray Charles (viste le immense pubblicazioni per lo più di singoli), vi consiglio la raccolta della Rhino Records (etichetta specializzata in retrospettive) e pubblicasta per la prima volta nel 2000 dal titolo non proprio originalissimo The Very Best of Ray Charles. Sicuramente più originale nel suo interno, con un interessante booklet che ripercorre i suoi anni alla Atlantic Records fin dai suoi esordi: dalla perdita della vista a 7 anni alla morte prematura della madre e la conseguente partenza per Jacksonville e i suoi esordi nei club di Seattle, poi di Los Angeles.

Canned Heat – Human Condition (1978)

5 Dic

Human ConditionL’ultima registrazione in studio dei Canned Heat con il leader Bob “The Bear” Hite porta un titolo emblematico: Human Condition. “Condizione umana”. La naturale evoluzione delle cose, in questo caso della musica. Che i Canned Heat hanno rivisto nel tempo ma senza mai tradire la loro essenza originaria. Ne esce fuori un disco contenente le registrazioni che vanno dal 1977 al 1981, e che venne comunque pubblicato postumo sotto l’etichetta Takoma/Sonet.

Dentro ci sono le diverse anime dei Canned Heat, dal blues classico al country e il boogie, più un interessante spaccato di quello che forse fu il loro piccolo segreto: scampoli di rockabilly che hanno fatto scuola a molte band revival degli anni 70/80. Un disco semplice, da saloon. Ci sono però diverse tracce che hanno segnato il cammino della band: la title track è solo uno degli esempi. Come non menzionare anche Open Up Your Back Door e House of Blues Lights? Essendo un disco di sessions, Human Condition è anche costellato di diverse collaborazioni, alcune di nicchia come la presenza dei Chambers Brothers al completo nelle backing vocals, ma soprattutto quella del chitarrista Harvey Mandel. Più che una collaborazione, la sua fu proprio una sotituzione a tempo pieno dopo l’addio del chitarrista storico Henry Vestine.

Solo per fare un esempio, Mandel partecipò anche alla hit mondiale Let’s Work Together, poi si spostò su altri progetti – John Mayall e due tracce di Black And Blue dei Rolling Stones in sostituzione di Mick Taylor – mentre in questo disco dà grande prova di tecnica e groove sia nelle parti di assolo, intense e molto sentite, sia nell’utilizzo dello slide, marca caratteristica assieme all’armonica di Hite dei Canned Heat. Consigliato a tutti gli amanti del country e non solo, può anche essere un disco natalizio, toh.

Blur – Leisure (1991)

12 Nov

Il disco d’esordio dei Blur non fu accolto con grande favore da parte del pubblico. Il panorama british era con lo Shoegaze al suo declino e aveva bisogno di rinnovarsi. I Blur seppero ben intraprendere assieme agli Oasis la nuova onda che stava per avvilupparsi nel mercato mondiale e a cavallo degli anni ’90 furono i protagonisti del nascente britpop. Di Leisure restano invece ancora impresse le sonorità Madchester e Shoegazing. È il primo album di Damon Albarn e compagni, appena scritturati dalla Food Records e freschi di nuovo nome (quello originale che il produttore fece subito in modo di cambiare era Seymour).

Il disco è ricchissimo di riverberi ed effetti sulle chitarre ma anche sulle voci. Lo stampo è di un rock alternativo passato ma l’impronta è già proiettata al futuro e sebbene le recensioni dell’epoca tengono più a memoria il successivo Modern Life is Rubbish, lo stesso Leisure dopo il successo della band venne ben presto rivalutato. Si tratta di un album semplice, sulla falsa riga di Smiths e Stone Roses, cui il primo singolo She’s So High ne esemplifica fin dall’inizio l’essenza. La tentazione di cestinarlo dopo un paio di brani cede il passo alla curiosità, e lentamente Leisure assume i contorni di un album ben fatto, già completo e con un’idea prestabilita: colpire per la bravura e non tanto per l’innovazione.

Dopo un avvio un po’ timido, anche la chitarra di Graham Coxon esce fuori in Bad Day e nella successiva Sing, che troverete anche nella colonna sonora di Trainspotting. Quest’ultimo brano è un capolavoro di melodia, accompagnato dalla batteria di Rowntree e dal basso cadenzato di Alex James: è la Bitter Sweet Symphony dei Blur e allo stesso tempo l’alba naturale della futura Coffee & TV. Perché ascoltare Leisure? Beh, innanzitutto perché è il disco d’esordio di uno dei gruppi più influenti della scena britannica alle porte del 2000. Poi perché è un bell’album, giovane e frizzante, carico e che carica. E soprattutto perché così vi rileggete l’approfondimento sui batteristi che avevo scritto tempo fa. Sconsigliato alle orecchie atrofizzate dalla musica “alta”. O meglio: There’s No Other Way…

Patty Pravo – Patty Pravo (1968)

1 Nov

Per qualcuno è più una compilation che un album. Il primo disco di Patty Pravo, in arte Nicoletta Strambelli, che porta il titolo omonimo. In effetti questo long playing fu fin troppo richiesto a distanza di ben due anni dalla firma del contratto che legava Patty alla RCA e la maggior parte dei brani già si conoscevano. Emblematico in copertina un passaggio di una conversazione telefonica in cui l’allora disc jockey Renzo Arbore chiede a Patty: «…io mi sono sempre domandato (e una notte me lo sono domandato così intensamente che non sono riuscito a prendere sonno) come mai escono ogni giorno long playing di cantanti meno bravi e noti di te e non è ancora uscito il tuo. Va a finire che qualcuno può anche sospettare che tu sappia soltanto cantare “Ragazzo triste come me e te…”, “Oggi qui, domani là”, o “Tu mi fai girar come fossi una bambola”. Lo so che tra spettacoli, televisione, radio, caroselli e tournées non hai mai avuto il tempo di chiuderti per una settimana in una sala di registrazione ma, perbacco, che aspetti a trovarlo? Non ti solletica l’idea che la gente possa finalmente apprezzare il gusto e la classe delle tue interpretazioni di “Old man river” o di “Yesterday”? E poi, dacci almeno la possibilità di avere nella nostra discoteca un tua bella foto di copertina formato trentatre giri…».

Detto fatto, nel 1968 la veneziana Patty Pravo, che nel frattempo imperversava al Piper di Roma, pubblicò il suo primo album, pieno di cover e alcuni successi che in Italia già circolavano in formato singolo. La Bambola, per esempio, che assegna anche il titolo dell’album distribuito all’estero (in cui Patty Pravo svolse un importante contributo per la diffusione della canzone italiana), scritta da Franco Migliacci, Bruno Zambrini e Ruggero Cini e rifiutato da Gianni Morandi, Gigliola Cinquetti, Caterina Caselli, Little Tony e i Rokes. Oppure Ragazzo Triste, forse il più grande successo di Patty, scritta da Gianni Boncompagni e Sonny Bono.

Sostanzialmente, l’album è caratterizzato da un preponderante stile beat che viene incarnato da Patty Pravo nella versione italiana di Yesterday dei Beatles. Così come la meravigliosa The Time is Come scritta da Paul Korda e portata al successo da P.P. Arnold l’anno precedente, la voce di Patty rielabora il soul in chiave romantica e lenta che plasma la caldissima Se Perdo Te. Nella gran parte dei brani, tutto coperto dall’orchestra di Ruggero Cini. Disco che mi è stato regalato (sotto indiretta richiesta) dai miei amici, e non potrò mai dimenticare l’accoppiata con Rust in Peace dei Megadeath. Il sacro e il profano a confronto. A distanza di molto tempo, beh, non mi sono mai pentito di quella richiesta. Consigliato a quanti intendano rivivere per mezzora il fermento artistico e il clima di un’Italia sessantottina piena di grandi talenti.

Duke Ellington – Il gigante dei Bandleader (2004)

5 Lug

C’è un mondo musicale, uno spaccato di ognuno di noi, che meriterebbe maggiore considerazione: la musica da edicola. Che contribuisce alla divulgazione di massa e stimola nuovi approfondimenti. A volte, ci si incuriosisce per un disco che vediamo lì e ci attrae, tra un giornale e un caffè. Questo che vi segnalo per esempio fa parte di una raccolta del 2004 della De Agostini, chiamata Il Grande Jazz. Copertine scarne, ma buoni (non dico ottimi) inserti mono-autore. Ho iniziato a raccogliere alcuni cd, poi ho smesso preferendo puntare dritto agli album originali. Ma per la prima decina non mi sono pentito, anzi, la raccolta mi ha aiutato ad avvicinarmi al jazz ancora di più.

Questo cd racconta Duke Ellington: Il Gigante dei Bandleader. Fin dal titolo si intuisce la scelta editoriale: il Duca e le sue variegate esperienze di orchestra, nella maggior parte dei casi la sua omonima, anche se in una circostanza lo troviamo nella Barney Bigard And His Jazzapators. Si tratta di Caravan, uno dei più interessanti brani della raccolta, un’incisione in cui compare anche l’autore, il portoricano Juan Tizol. Uno dei primi (se non il primo in assoluto) esempi di jazz latino, ove il pianoforte di Duke Ellington riesce a ritagliarsi un ruolo di primo piano. Come anche in Black and Tan Fantasy, ispirato alla Sonata n. 2 di Chopin.

La selezione sembra a me così suddivisa: prima parte fatta di classiconi (Take the “A” Train, East St. Louis Toodle-oo, In a Sentimental Mood), seconda parte più approfondita che punta su progetti di Ellington con grandi maestri (vedi anche i soli di Barney Bigard o Johnny Hodges), per concludere con le collaborazioni tra Duke e alcuni broadcast (A tone Parallel to Harlem, suite di 13 minuti circa composta per l’Orchestra Sinfonica della Nbc) e la meravigliosa Come Sunday eseguita con Mahalia Jackson nell’album Black, Brown and Beige, disco di cui prometto a breve una recensione approfondita.

Elvis Presley – Sunrise (1999)

9 Mag

Mi sono accorto all’improvviso che in questo blog finora si è parlato fin troppo poco di Elvis Presley. In questo periodo mi sto facendo una cultura su questa colonna del rock, ho già ascoltato una quarantina di suoi dischi e sicuramente ora ne so molto più di settembre, quando vi avevo consigliato Sunrise, questa raccolta pubblicata dalla Sun nel 1999. Non rinnego nulla di quanto scrissi allora, ma una cosa è certa: ascoltando diversi live di Elvis, mi sto sempre più convincendo che la sua vera forza, rispetto alla concorrenza, era proprio racchiusa nelle esibizioni dal vivo.

Elvis Presley sembrava quasi vivere del momento e del pubblico. La sua voce diventava ancora più calda ed eccitata che in studio, i suoi movimenti (da qui il nomignolo “the pelvis”) facevano il resto, come le gracchianti urla delle ragazzine. Ci sono diversi dischi live di Elvis in circolazione, ma preferisco continuare con Sunrise.

In primis, perché volevo citare un altro aneddoto tratto dal libro Last Train to Memphis: The Rise of Elvis Presley di Peter Guralnick, contenuto nell’inside di copertina. Era un sabato (1954), e un giovanissimo e sconosciutissimo Elvis, determinato a registrare il suo primo singolo, si presentò negli studi della Sun. Passò diverso tempo nella sala d’attesa, prima che Marion Keisker, la office manager del produttore Sam Phillips, più per premiare l’audacia e l’abnegazione del ragazzo, chiese a Elvis: «Che tipo di cantante sei?». «Canto qualsiasi cosa», rispose lui. «A chi può somigliare il tuo stile?», domanda ancora lei. E qui la seconda risposta la riporto in originale perché è un po’ il manifesto di Elvis Presley: «I don’t sound like nobody».

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Federico Salvatore – Na tazzulella ‘e ca.. baret (1989)

5 Apr

Recentemente vi avevo parlato del primo “best of” di Federico Salvatore, Superfederico. E ne avevo discusso in maniera anche critica, per la scelta – diciamo così – alquanto discutibile, di selezione dei brani presunti più belli e rappresentativi dei primi 5-6 anni del cantautore napoletano. Oggi vi cito il primo disco di Federico Salvatore: Na tazzulella ‘e ca.. baret. Data 1989, l’influsso della musica dance e cantautoriale italiana degli anni ’80 è evidente. Come album d’esordio Na tazzulella ‘e ca.. baret potremmo affermare che prometteva anche più di quanto poi Salvatore ha offerto nei 3-4 dischi successivi (ma poi si sbloccherà).

Musicalmente e per ritmo, ho apprezzato Leggere attentamente le istruzioni per le modalità d’uso, mentre Senza peli… sulle lingue è la tipica ballata partenopea (anche se Federico ci adatta sopra il demenziale). All’uscita di scuola è una lunghissima pièce basata sui ritornelli delle più famose canzoni di Lucio Battisti: la storia tratta dell’evoluzione di un gelataio in spacciatore, per poi finire in carcere a Gaeta. A mio avviso la più interessante, per progressione e testo, è Vajass… rap. Mentre la prima traccia, Per una notte d’amore… Mannaggia a me! Mannaggia a me!, risulta piuttosto retorica, scontata e ripetitiva.

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