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Federico Salvatore – Superfederico (1995)

18 Mar

Nel 1994 Federico Salvatore raggiunse il grande pubblico grazie alla vittoria del “Promoval Bravo Grazie”, approdando poi al piccolo schermo con la frequente partecipazione al “Maurizio Costanzo Show”. L’anno successivo, Salvatore conobbe il noto produttore fiorentino Giancarlo Bigazzi (componente della band demenziale degli Squallor), che ne scoprì il talento e decise di riportare in auge alcune canzoni contenute nei cinque dischi di Federico usciti negli anni precedenti, diffusi soltanto sul territorio campano e quindi sconosciuti al grande pubblico. Così nasce il primo “best of” di Federico Salvatore: Superfederico.

Le tracce sono le seguenti: Vajass… rap, Autopark in Love (dall’album del 1989 ‘Na tazzulella ‘e Ca..baret); Introduzione Intellettuale, Drink Story, La Farsa, Carta d’Identità (dall’album del 1990 Pappagalli lat(r)ini); Incidente al Vomero, Ninna Nanna Napoletana, The Book in Air, La Fé, ‘O Sub (dall’album del 1990 Incidente al Vomero); Preghiera Vip, Tambulella Rap ( dall’album del 1991 Cabarettombola); Herojto Kuna Kekka, A Me Mi Piace, Ninna Nanna 2, Mezzo Tango, Solitudine (dall’album del 1992 Storie di un sottosviluppato… sviluppatosotto!). Un po’ troppo sconclusionato, assemblato alla meglio e direi anche superfluo visto che il meglio dell’artista sarebbe ancora dovuto avvenire, a partire dal primo album vincente Azz… uscito proprio quell’anno. Può servire, come ogni “meglio di…” a farsi un’idea seppur marginale di ciò che era stato Federico Salvatore negli anni precedenti.

Little Richard – Rock’N’Roll Legends (2008)

26 Set

Dici «Awop-Bop-A-Loo-Mop-Alop-Bam-Boom» e pensi subito a Tutti Frutti, quindi: Little Richard. Non ci sono altre spiegazioni, l’hanno cantata tutti, anche Paperino. Insomma, tutto giustifica il titolo di questa raccolta, l’ennesima, una delle più recenti, che io ho avuto lo scorso anno in regalo da mio cugino da un viaggio da Londra.

Come ogni volta accade, vanno tutti in crisi, e anche lui non sapeva che disco prendermi. Gli ho lasciato carta bianca: «Vai al piano di sopra a Hmv, non ti sbagli…». Mi ha riportato Rock’N’Roll Legends, una serie edita nel 2008 dalla Concord Records. Bene, ho detto, Little Richard mi mancava in cd. Poi, se volete conoscerlo meglio, questo spasmodico, pazzo, isterico («left» si definiva ai tempi dei suoi esordi) cantante e pianista di Macon, Georgia, un misto tra James Brown e i Beatles, allora ogni best of va bene. In questo ci sono tutte le più famose hits che lo hanno reso celebre, a tal punto che oggi in molti lo definiscono «the true king of r&r».

Elvis Presley – Sunrise (1999)

5 Set

Quando decisi di avvicinarmi al rock’n’roll, rimasi stupito di quanto fosse difficile (parlo di una decina di anni fa), riuscire a reperire dischi originali dei protagonisti dei mitici Fifties. Per Bill Haley And His Comets, per esempio, dovetti addirittura accontentarmi di una raccolta da bancarella. Quando pensai a Elvis Presley iniziai a rabbrividire di non trovare nulla di così valido in rapporto alla statura di questo personaggio storico. La fortuna mi aiutò, e nella mia completa ignoranza in materia, riportai a casa questo doppio album in cui sono raccolte le primissime registrazioni con la Sun Records, la prima etichetta discografica di Elvis.

E devo dire che non sono rimasto deluso, all’interno il libretto è ricco di spunti e notizie, oltre a una lunghissima tranche di biografia tratta dal libro Last Train to Memphis: The Rise of Elvis Presley di Peter Guralnick. Dove l’autore spiega dettagliatamente come, la nascita di colui che cambierà la storia del rock, altro non è stato che una grandissima coincidenza. Il produttore della Sun, Sam C. Phillips, predispose infatti per il giovanissimo cantante una session con il chitarrista Scotty Moore e il bassista Bill Black, ma Presley presentò una serie di pezzi che non colpirono affatto il produttore.

Alla fine di tutto, con Philips che sembrava aver perso ormai tutte le speranze, Elvis si giocò l’ultima carta, chiese ai musicisti se conoscevano That’s Allright, un vecchio e sconosciuto country blues di Arthur Crodup. Finito il brano Philips esclamò: «No, non la conosco, ma con questa ci faccio un disco». Era una notte di luglio del 1954 e la storia della musica in quell’istante cambiò per sempre, Presley venne scritturato dalla Sun e fino a tutto il 1955 (prima di essere venduto alla Rca per 35mila dollari) incise tutte le sue più intramontabili gemme, da That’s Allright a Blue Moon, Good Rockin’ Tonight, Baby Let’s Play House. Tutte contenute in questo doppio disco, che comprende anche diverse alternate takes presenti nel secondo cd. Consigliato a tutti, neofiti o cultori del r’nr. Un doppio disco che in nessuna collezione dovrebbe mancare.

Frank Marino & Mahogany Rush – World Anthem (1977)

16 Ago

Proprio pochi giorni fa, ricordavamo con Fables una nostra vecchia idea, quella di cambiare l’inno nazionale italiano con un pezzo rock tipo Hells Bells degli AC/DC. Ovviamente è una provocazione, senza nulla togliere all’inno di Mameli che è comunque bellissimo. Forse tra qualche decennio, se non fra qualche secolo, il rock entrerà anche nell’Olimpo della musica alta, forse riuscirà anche a scalzare la musica classica e ritagliarsi un angolino tutto suo nella categoria degli inni nazionali. Nel frattempo (e vengo al disco consigliato oggi), Frank Marino si è avvantaggiato il lavoro, creando, non un solo inno, ma un album intero intitolato World Anthem: “Inno Mondiale”.

Titolo che deriva dall’omonima traccia di questo album datato 1977, il quinto della formazione Mahogany Rush. Non è il solo brano ad assorbire linee melodiche originali e allo stesso tempo molto orecchiabili. Su cui Marino ci costruisce studi, elabora sviluppi in successione, manipolando con tecnica sopraffina accordi e note in tapping, e laddove possibile sporcando i suoni con tutta una serie di distorsioni giocate sull’alternanza degli altoparlanti. Ne esce fuori un disco in cui sono molteplici le influenze, dall’immancabile Hendrix ad Alvin Lee, ma io ci ho trovato anche Iron Maiden, Malmsteen, Satriani.

Un album divertente, che dà la carica, una pillola di energia, in cui a farla da padrone sono i suoni e gli effetti. Consigliato a chi ha voglia di conoscere modi nuovi di interpretare il rock, senza cadere nella banalità. Perché sebbene potrebbe sembrarlo, World Anthem non è un disco banale.

Riccardo Zappa – Thesaurus Harmonicus (2002)

16 Lug

Sarebbe stato meglio un “l’altro ieri il collettivo ascoltava”, soprattutto per questo disco che credo sia molto emozionale, cioè che varia al variare dei giorni e dei momenti. Ecco, questa è una piccola recensione di un album che ho ascoltato già molto tempo fa, quindi vi esprimo quanto mi è rimasto dentro. Praticamente nulla.

Qualcuno mi disse che un suo amico gli disse che suo fratello gli disse: «Riccardo Zappa è uno dei migliori chitarristi al mondo». Non sono d’accordo, tuttavia, riconosco che invece Riccardo Zappa sia uno dei chitarristi più sottovalutati al mondo, che è differente. Soprattutto in ambito internazionale, dove la musica italiana è rappresentata, ahimé, da gentucola senza qualità.

Questo disco dimostra invece due cose, da un lato la bravura tecnica, l’estro indiscutibile e gli arrangiamenti anche molto originali, dall’altro, invece, che alla fine dell’intero resta quella consapevolezza di non aver assaporato appieno un Riccardo Zappa d’annata, tanto più che il sapore amaro di incompiutezza resta lì, fermo e sostanzialmente immutato, anche dopo tanti ascolti.

Consigliato a chi ama la chitarra, suonata in fingerpicking, il suono delle corde che friggono sulla tastiera, quell’acre gusto misto di macerie e alluminio sonoro. Non è però il disco più indicato ad approcciare per la prima volta l’artista.

The Yardbirds – Birdland (2003)

14 Lug

E’ il 2003, dopo 35 anni ecco di nuovo gli Yardbirds, della formazione originale rimangono, però, solo  Jim McCarty (batteria) e Chris Deja (chitarra ritmica), si aggiungono Gypsie Mayo, John Idan ed Alan Glen rispettivamente chitarra, basso e armonica. L’album è composto da 12 tracce, di cui solo 7 sono inedite, e l’alternanza tra vecchi brani e quelli nuovi è ben azzeccata.

La presenza di chitarristi del calibro di Bryan May (Mr You’re a Better Man Than I), Steve Vai (Shape of Things),Joe Satriani (Train Kept a Rolling), Slash (Over Under Sideways Down), Steve Lukather (Happenings Ten Years Time Ago) e Jeff “Skunk” Baxter (The Nazz Are Blu) impreziosiscono il lavoro anche se i brani poposti non si distanziano molto dagli originali. L’ unico ospite (che poi tanto ospite non è n.d.r.) a suonare un brano inedito (My Blind Life) è Jeff Beck, vecchia conoscenza del gruppo.

L’album si districa in un ottimo blues rock che non sembra risentire dei nuovi tempi, vivace ed energico, che coinvolge anche se gli Yardbirds li abbiamo ascoltati in tutte le salse; più una raccolta che un vero e proprio album, per fan-anatici del gruppo ma anche per chi vuole scuotere la testa sulle note della band che con il “rave up” ha squarciato le porte all’ hard rock.

T-Bone Walker – The Talkin’ Guitar (1990)

17 Giu

Questa curata dalla Encore Blues, è una delle più vecchie raccolte di T-Bone Walker, almeno di quelle dei tempi recenti uscite in cd. L’anno è lo stesso in cui usciva anche il best della Capitol, e che pressappoco abbraccia gli stessi anni, dal 1940 al 1954. In questo The Talkin’ Guitar, invece, manca solo uno dei pezzi pregiati di T-Bone, T-Bone Shuffle, per il resto mi sembra che possa essere un buon compromesso per iniziare a conoscere questo appassionato e stupefacente chitarrista.

Però attenzione alla qualità della registrazione, in quanto essendo una raccolta di tracce prese da annate diverse tra loro, alcune sono sovraesposte a rumori e disturbi dovuti a tentativi improbabili di rendere invece più fruibile la voce dell’artista. A tutto danno dei suoni nelle retrovie, tra cui, fiati vari e nei pezzi finali anche una meravigliosa armonica…

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