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No Vasco. Io non ci casco

12 Apr

Stolto è chi non sa cambiare idea. Vero. Ma odio la redenzione, e il marketing musicale. Vasco Rossi parla su Facebook e si confessa: «Fino a pochi anni fa ho sempre avuto 15 anni. Non capivo niente non sapevo niente e non mi interessava niente altro che la musica e le canzoni. Da tutte le esperienze buone o cattive ho imparato qualcosa, e insieme al tempo per pensare e i libri che ho letto, ho raggiunto una grande consapevolezza sulle cose di questo mondo». 

E parla della sua “vita spericolata”, anche se sinceramente mi sembra molto più vita, che spericolata: «Nella mia vita ne ho fatte di tutti i colori, senza pensare molto alle conseguenze. Ho vissuto tutte le esperienze possibili che mi sono capitate a tiro o mi venivano in mente, sicuro di uscirne comunque indenne o con qualche ferita superficiale. Sono stato coscientemente incosciente e ho rischiato sempre tutto, perché ne valeva la pena. Ho messo la mia vita sul piatto. Ho sempre fatto tutto coscientemente. Anche alcol, sigarette e altre porcherie mi sono state utili per rimanere vivo, non per divertirmi. Le motivazioni erano talmente chiare e forti che davano alla mia forza di volontà un potere assoluto».

Bel concetto, anche io la penso così. Direi anche bravo Vasco, se poi non avesse aggiunto un sermone inutile e salvifico (oh, Vascuccio, non c’è più la vendita delle indulgenze, casomai quella dei tuoi dischi che ormai sforni a forza di “best of” e remake…), buono più per incrementare la leggenda del mito maledetto. Insomma, la conclusione alla Moccia: «Non consiglierei mai a nessuno di ripetere quello che ho fatto io».

E che avrai fatto mai a Va’? Della serie: “Ho visto cose che voi umani neanche immaginate”. Ma va là. Mi fanno ridere quelli che rendono epico ciò che ormai sembra più quotidianità. Mangiare pipistrelli, o sodomizzare pecore, queste forse sono cose da sconsigliare ai comuni mortali (ma non credo che Ozzy e MM lo abbiano mai fatto). Caro Blasco – che anche mi piacevi quando facevi qualcosa di simile al rock – per favore, basta con le prediche medievali, abbiamo già troppi preti e troppi San Remo sul groppone. Il rock è un’altra cosa, il rock è vero inferno e vera perdizione. Sono altre le icone, semmai Vasco ne è solo una copia, ormai anche sbiadita.    

Garbage – Version 2.0 (1998)

21 Apr
Artista/Gruppo: Garbage
Titolo: Version 2.0
Anno: 1998
Etichetta: Almo Sounds 

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Per comprendere il valore di un prodotto artistico a mio avviso occorre calarsi negli intenti di chi quel prodotto lo ha concepito. Quindi per riuscire a capire fino in fondo la musica dei Garbage ho dovuto operare una sorta di reverse engeneering, ovvero scrollarmi di dosso la più complessa musica incamerata fino a questo momento, isolarmi dal contesto di una critica musicale universale, fare un balzo in avanti per entrare nelle teste dei componenti di questa band americana.

E il mio primo passo è stato quello di cestinare tutto quel rosa che intinge le copertine dei loro album, quello sì vera spazzatura, come del resto recita in traduzione il loro stesso nome (garbage=immondizia).
In seconda battuta ho scelto uno dei loro lavori più completi, uscito nel 1998, che si pone come obiettivo quello di superare quanto a evoluzione e ispirazione alla modernità il loro precedente album omonimo. Per far ciò i Garbage prendono il rock dell’età d’oro e lo miscelano a una fortissima dose di high tech. Non va dimenticato che siamo negli anni in cui si respira un vento di innovazione e meraviglia verso la tecnologia che forse non avrà eguali nella storia della nostra civiltà. Sono questi gli anni in cui si inizia a navigare in rete con una certa facilità, i supporti digitali si moltiplicano e il titolo di questo album ne è un esempio plausibile.

Chilli Willi & The Red Hot Peppers – Bongos Over Balham (1974)

18 Apr
Artista/Gruppo: Chilli Willi & The Red Hot Peppers
Titolo: Bongos Over Balham
Anno: 1974
Etichetta: Castle Music 

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Alcuni sostengono che i migliori chitarristi sono quelli country. Per la precisione, mescolata a velocità e inventiva. Qui sarebbe da aprire tutta una parentesi su quanto questa affermazione possa risultare veritiera, ma è pacifico il fatto che spesso ascoltando country blues, country rock, pub rock, troviamo geniali interpreti di chitarra e steel guitar.

E allora oggi vi consiglio l’ascolto di un album che contiene molte di queste affermazioni tradotte in note. Si tratta di un disco che mi sono trovato per caso nella discografia, io non sapevo neanche chi fossero i Chilli Willi & The Red Hot Peppers, nome che ricorda il celebre brano di Robert Johnson, o il famoso gruppo rock-funk di Los Angeles.

Cercavo di reperire il maggior numero di dischi dei Red Hot Peppers di Jelly Roll Morton e tra questi, sorpresa che solo la “download generation” può provare, mi sono trovato nella cartella il nome di questa sconosciuta band degli anni ’70. Per la precisione Bongos Over Balham è il secondo disco di questo manipolo di scompaginati suonatori che sembrano provenire dal Wisconsin e invece trovano i loro natali tra i tavolini dei pub inglesi.

Bluvertigo – Acidi e basi (1995)

16 Apr

Artista/Gruppo: Bluvertigo
Titolo: Acidi e Basi
Anno: 1995
Etichetta: Sony BMG

Permettetemi una piccola premessa…quando abbiamo deciso di iniziare questa esperienza di condivisione delle nostre conoscenze musicali, abbiamo tutti concordato su un punto fondamentale: divulgare le emozioni e le sensazioni che un album provoca al suo ascolto a colui che poi lo andrà a recensire…beh allora concedetemi la libertà di poter dare e motivarvi la sensazione che ancora oggi riecheggia in me quando alla mente ritornano le note dell’album Acidi e Basi dei Bluvertigo: rabbia!!

Si, rabbia…e non si stratta di un’esternazione dettata dalla qualità dell’album in se o riferita ad una performance particolarmente scadente di uno specifico musicista; quello di cui parlo è ben altro…la rabbia alla quale faccio riferimento nasce dalla mia passione per la buona musica e dalla conseguente delusione che provo nel costatare che questo gruppo aveva veramente delle ottime potenzialità che, se coltivate, nel corso degli anni sarebbero potute sfociare senza dubbio in delle produzioni veramente importanti.
Invece il tutto è svanito irrimediabilmente in una bolla di sapone per via di interessi totalmente commerciali o a causa di pseudo-progetti di vita mondana, che tra l’altro poco si addicono a quanto dispensato a piene mani all’interno dell’album…tutto ciò è veramente un peccato poiché la musica nostrana avrebbe tratto sicuramente grandi benefici dal poter avere a lungo un gruppo alternativo di ottimo livello.

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Steve Hillage – Fish Rising (1975)

8 Apr

Artista/Gruppo: Steve Hillage
Titolo: Fish Rising
Anno: 1975
Etichetta: Virgin Records

Dopo aver contribuito in prima persona all’uscita del primo album degli Uriel (usciti sotto lo pseudonimo di Arzachel e che poi diverranno più famosi con il nome Egg), aver fatto parte dell’unica incisione dei Kahn (da lui stesso formati) ed aver lavorato nella realizzazione della celebre trilogia Radio Gnome Invisible dei Gong, Steve Simpson Hillage inizia con questa bellissima creatura la sua lunga e variegata carriera da solista.

Ci troviamo nel 1975 e Hillage, contornato da una lunga schiera di musicisti (molti facenti parte anche della formazione originale dei Gong), prosegue quanto sperimentato fino ad allora nella sua esperienza all’interno della cosiddetta Scena di Canterbury, riuscendo ad incastonare nella sua discografia questo bellissimo concept-album che miscela al suo interno sonorità Psychedelic-Rock, Progressive-Rock e, in parte, Jazz…anche se la tendenza della produzione musicale vira in modo inesorabile verso altre direzioni rispetto alle sonorità che si riscontrano in questo album, il chitarrista londinese riesce a mantenere fede alla sua naturale vocazione senza farsi condizionare da cambiamenti che evidentemente in quel periodo storico non gli appartengono.

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Harmonium – Si on avait besoin d’une cinquième saison (1975)

6 Apr

Artista/Gruppo: Harmonium
Titolo: Si on avait besoin d’une cinquième saison
Anno: 1975
Etichetta: Polygram

In parte stanco del duopolio Italiano-Inglese che infarcisce la maggior parte di ogni buona discografia di un appassionato di Musica e spinto dalla voglia di “testare” idiomi diversi in quello che è il mio genere musicale prediletto, tempo fa mi imbattei in questo album degli Harmonium, gruppo Canadese e di lingua Francese.
Ispirato e dedicato a “Le Quattro Stagioni” di Antonio Vivaldi al punto da essere divenuto noto tra gli appassionati del settore con il nome di Les Cinq Saisons (Le Cinque Stagioni), Si on avait besoin d’une cinquième saison, tradotto letteralmente in “Se avessimo bisogno di una quinta stagione”, ripercorre nelle sue prime quattro traccie il rincorrersi dei quattro cicli durante lo scorrere dell’anno (nell’ordine: primavera-estate-autunno-
inverno), per poi sfociare nella suite finale Histoires Sans Paroles che proietta l’ascoltatore verso una immaginifica quinta stagione attraverso un delicato brano interamente strumentale contornato da vocalizzi del cantante Judi Richards.

Ciò che balza per primo all’orecchio di chi scopre questo album sono i chiari riferimenti alla Musica tradizionale e folkloristica francese (in particolare nel secondo brano Dixie) e la totale assenza di batteria o strumenti a percussione, eccezion fatta per una grancassa suonata in maniera quasi impercettibile e molto discreta dall’Italo-Canadese Serge Fiori, leader della band…ma quella che può sembrare una scelta particolarmente azzardata per un gruppo che si cimenta nel Progressive Rock, diviene gradualmente il punto di forza della composizione elevando il tutto ad una sorta di aria più che di album Rock.
Si on avait besoin d’une cinquième saison è il secondo dei tre album che compongono la discografia studio del gruppo Canadese e segna il passaggio intermedio in una maturazione, breve a dir la verità, che porta il gruppo ad abbandonare lo stile più folk e leggero del primo album omonimo e ad avvicinarsi a grandi passi verso un stile più Prog; passaggio che poi diverrà ancor più evidente nella loro terza ed ultima opera L’Eptade.

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Tool – Opiate (1992)

2 Apr

Artista/Gruppo: Tool
Titolo: Opiate (Extended Play)
Anno: 1992
Etichetta: Volcano

Pochi e ben nascosti sono i particolari che possono portare a ricondurre questa prima esperienza musicale dei Tool con quello a cui ci abitueranno nel corso della loro carriera; sonorità decisamente più dure e pregne di quell’atmosfera Grunge che si respira in maniera intensa negli anni novanta, sembrano preannunciare una band totalmente diversa.

Ovviamente, trattandosi di un Extended Play di debutto, l’album non deve essere valutato in base a criteri particolarmente severi, ma si deve tenere conto che si tratta di un primo piccolo passo per una band che inizia a divulgare parte delle proprie idee musicali; proprio per questo si può “perdonare” il fatto di risulare, al termine dell’ascolto, un po’ ripetitivi e, in alcuni casi, un po’ troppo simili a sonorità già ampiamente esplorate da altri gruppi contemporanei.

Come all’interno di una sorta di sommario della loro ascesa musicale, questo EP ripercorre in maniera progressiva già al suo interno una piccola evoluzione per i Tool: tre brani (Sweat, Hush e Part of Me) decisamente pesanti e in pieno stile Grunge con una batteria molto martellante, forse troppo, e linee melodiche poco evidenti per lasciare spazio all’aggressione dello strumento, due incisioni live (Cold and Ugly e Jerk-Off) sempre sullo stesso filone ma al tempo stesso più improntate sulla cura della struttura musicale, e la traccia finale (Opiate / The Gaping Lotus Experience) che proietta verso lidi più ambiziosi.

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