Tag Archives: hard rock

Queen – Innuendo (1991)

9 Gen

innuendoTristezza, abbandono, dolore, voglia di vivere, di proseguire, di lasciare il segno. Comunque. Tutto questo è Innuendo, al contrario di quanto ai posteri verrà lasciato simbolicamente. L’ultimo disco registrato in studio da Freddie Mercury e pubblicato circa 10 mesi prima della sua morte per Aids. Col senno di poi lascia interdetti la semplicità con cui uno degli artisti più incisivi della musica del Novecento, lasciava alle note i suoi innumerevoli testamenti. Cantava I’m Going Slightly Mad e soprattutto The Show Must Go On che varrà come suo ultimo volere, in barba alla malinconia con cui i suoi compagni di avventura in 20 anni di carriera lo hanno accompagnato sull’ultimo altare.

E non importa se quel testo alla fine emerse averlo scritto Brian May. Il risultato, il senso, e il voler veicolare un messaggio comunque positivo rimangono. Specie perché la lenta debilitazione che la malattia procurò a Mercury colpì l’intera band, nessuno escluso. Non è un caso che proprio The Show Must Go On sia l’ultima traccia dell’album, Mercury volevano fosse ricordato così, con il sorriso del giocoliere dell’illustrazione di copertina ispirata a J.J. Grandville.

Una storia, l’ultima in presa diretta (alla quale va escluso Made in Heaven perché postumo alla morte del cantante) che i Queen offrono di loro stessi, senza più veli perché ormai tra riviste scandalistiche e allussioni dei quotidiani, il gossip era ormai passato dalla leggenda alla dura realtà. I Queen finiscono qui, e non poteva esserci fine più vera per un gruppo tanto vero. Questi sono i Queen che ringraziano tutti, compreso l’amico ex Yes, Stewe Howe, artefice del meraviglioso solo di chitarra spagnola nella “bohemian” title track. Innuendo va assaggiato a fondo, letto e riletto, solo così riesce a svelare la sua insita essenza di disco finito nella sua pur effettiva incompletezza finale. Per i Queen fu una corsa contro il tempo e contro la morte. Il risultato era già scritto.

EXTRA|Batteristi a confronto: Connors, Rowntree, Kramer, Mitchell

31 Gen

Io sono un chitarrofilo, di quelli che a ogni disco l’orecchio finisce alla chitarra e da lì non si schioda. Parlare degli altri strumenti mi mette quindi spesso in difficoltà, soprattutto se privi di corde. Nel caso della batteria, per esempio, trovo complicato avanzare giudizi, e ad esser sinceri fino in fondo, ascolti marginali mi portano sempre con l’ammettere che sono tutti bravi, e nessuno.  Ma, non si fa!

Ecco perché ho voluto giocare con alcuni dischi, dedicare completamente la mia fruizione alle bacchette, cercando di mettere da parte per un momento i suoni e andare a scovare piuttosto i ritmi, i rumori, le melodie dei rumori, le percosse e le vibrazioni. La mia selezione è variegata, non un raffronto di batteristi dello stesso genere, ma anzi, quattro dischi che più diversi tra loro non si può: Until Your Heart Stops dei Cave In, Leisure dei Blur, Done With Mirrors degli Aerosmith e Live at Berkeley della Jimi Hendrix Experience.

Partendo dal presupposto che non sono un tecnico quindi le mie sono più che altro opinioni e non critiche. Implicito poi che un batterista professionista sia bravo, pulito, e soprattutto tenga il tempo, non ho voluto cadere in futili considerazioni sulla tecnica di base che non metto in dubbio, e che poi trovo anche noioso dover rilevare. Focalizzando invece, esclusivamente, l’attenzione sul plus che un artista può regalare al suo pubblico, compreso, ovvio, il fatto che un amante della batteria prog o jazz, soltanto per fare un caso, difficilmente metterebbe un cd dei Blur per Rowntree.

Continua a leggere

EXTRA|J&J, il ’68 e le lucertole del rock

17 Mag

Due personaggi che hanno fatto la storia del rock, che si sono conosciuti, che hanno anche suonato assieme. Due caratteri diversi, non opposti, stessa l’alchimia.

Jimi Hendrix e Jim Morrison, geni incontrollabili, istintivi, entrambi innovatori del rock, l’uno talento insuperabile con la chitarra, l’altro senza eguali nell’interpretazione, nell’invenzione di testi distorti, ispirati ai poeti maledetti, oltre al completo abbandonarsi dionisiaco nelle sue performance dal vivo.

Altro punto in comune: la fisicità nel suonare. Come Morrison prende la sua gola e la sacrifica al pubblico con acuti che stridono anche con i più moderni registratori hi-fi, così Hendrix vive di quel rapporto passionale con il suo strumento. E lo si sente da come impugna la sua Stratocaster: è come se la stritolasse attorno alle sue mani, con una potenza che neanche un marine in piena battaglia avrebbe osato chiedere al suo M40.

Continua a leggere

L’episodio dello squalo

1 Mag

La fama di pericolosi depravati i Led Zeppelin se la costruirono grazie a un grande equivoco che ruota attorno al famoso “episodio dello squalo”. Infatti la leggenda narra che durante il tour negli States del 1969, finita la performance sul palco di Seattle, con Bonzo e Plant intenti, completamente sbronzi, a far finta di pescare dalla finistra della loro suite all’Hotel Edgewater Inn, il loro tour manager Richard Cole, lui si autentico depravato, si cimentò nel ficcare delle parti di squalo nella vagina di una groupie. Alcuni sostennero che si trattasse di uno squalo vivo.

L’episodio è stato rivelato proprio da Cole nel libro autobiografico della band, “Il martello degli dei”, in cui lo stesso Cole ha smentito in parte l’accaduto, sostenendo che alla fine lo squalo niente fu che un dentice rosso, «un pesciolone rosso che si andò a infilare proprio dentro alla pesciolina rossa di quella groupie».

Il tutto sotto la regia attenta di Mark Stein dei Vanilla Fudge, quell’anno in tour con i Led Zeppelin, che filmò la scena. Chissà quanto varrà quel nastro adesso…

Sidistef

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: