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EXTRA|Back to Def Leppard. Anno zero del metal melodico

25 Giu

Amanti dell’heavy metal, tappatevi le orecchie, magari saltate questo post e approfondite più sotto qualche aspetto del jazz se vi interessa. Meglio. Questo post è per i curiosi, forse per coloro che non conoscono il metal e desiderano avvicinarvisi con qualcosa di più soft. Forse, probabilmente, questo post non è nemmeno per chi come gli Afterhours non si esce vivi dagli anni ’80. Se non fate parte di queste categorie, allora defleppardatevi…

Anno zero della musica melodica dura, delle danze vocali sdolcinate e delle grida delle signorine in preda a panico da groupie post-datato. Tutto cominciò a Sheffield, con Joe Elliott che nel 1977 conobbe un certo Pete Willis, chitarrista degli Atomic Mass. Elliott venne selezionato dalla band con le più classiche delle audizioni, provò sia da chitarrista che da cantante. Per il primo ruolo rivedibile (si rifarà con il tempo…), per il secondo fece breccia: arruolato. Il talentino, all’epoca appena diciottenne, mise subito i piedi in testa ai nuovi compagni d’avventura, tutti più piccoli di lui di un anno. «Chiamiamoli Deaf Leopard», propose. I leopardi sordi? Ma noi non suoniamo punk. Def Leppard, così va bene.

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Dream Theater – Burning my Soul (1998)

3 Mag

Più continuo a (ri)vederli, e più mi domando perché. Perché mi ero così infatuato di questo gruppo, perché mi ero convinto fossero i musicisti che più spaccavano nel panorama rock mondiale. Perché tutti quei pomeriggi a dibattere con David dei buoni propositi di Petrucci e soci. Perché, poi, così tanta distanza tra i lavori in studio e quelli in live (già, qualcosa non va, da troppo tempo…). Perché.

No, non ce l’ho con i Dream Theater. Ognuno è artefice del proprio essere, e loro hanno saputo sfruttare l’onda. Eppure, stavolta non c’entrano le manie da protagonista di Portnoy, stavolta lui è lì dietro che si barcamena ma senza esagerare. Eppure, LaBrie non sfora, Petrucci è lì buono e diligente buttando in mischia quei tre-quattro accorducci semplici e basilari. Tutti, eseguono. Stop. Ma anche l’esecuzione vuole il suo groove, la sua dialettica tra le parti. Qui siamo neanche troppo avanti nel tempo.

Cerco la giustificazione: qui erano ancora molto acerbi. Era il ’98 (Live in Paris, tratto da 5 Years in a Livetime), e sembrano già una band di professori universitari stufi di quello che insegnano. Burning my Soul (da Falling Into Infinity), in live è una schifezza pazzesca (come potete vedere, con i Dream non uso più neanche i mezzi termini come continuo a fare con i Metallica…), un brano che riascoltato la seconda volta consecutiva fa venire voglia di uscire e udire gli uccellini canticchiare. Meglio.

Erano acerbi, ma per i live più recenti la situazione degenera anziché livellarsi, e adesso non so più che periodo prendere in considerazione. Per quanto mi riguarda, sono rimasto ad apprezzarli per i lavori in studio, ma dal vivo, sebbene non sono ancora ai livelli di odio profondo del Prof (ma andatevi a leggere la sua recensione sull’ultimo Live, vi prego…), sono diventato molto critico nei loro confronti. E la critica si acuisce verso chi pretende di stare al top: è il dazio che si paga per il successo. Ma è anche bella se fatta con passione. Ormai è diventata una corsa a ritrovare i miei amati DT: li ho persi completamente di vista. O per fare una citazione: ora che ho perso la vista, ci vedo di più…

Rachel Arieff, la regina dell’Anti-Karaoke

22 Feb

Basta con le tipe frigide che abbozzano il falsetto per l’ultima canzoncina di Emma, basta con i coatti che li senti canticchiare in canottiera fetida Ti Amo di Pappalardo mentre tu vorresti scolarti la birra e tirargli il bicchiere in piena fronte. Basta.

Basta col Karaoke. L’ho sempre pensato. E devono averlo pensato anche in Spagna, da dove nasce l’Anti-Karaoke.  Tutto rigorosamente made in Spain: «El ùnico karaoke “andergraun” de Barcelona. Finally, a Karaoke that doesn’t suck!».

E di che si tratta? Boh, ancora non l’ho capito bene, soprattutto non capisco a che serve una cassetta da lettere, ma mi sembra secondario e comunque , come riporta Thriller Magazine.es, resta opzionale.

Gli ingredienti essenziali sono invece quattro. Primo: mettere in sala una folla sfrenata di schizofrenici, ubriachi (o vogliosi di diventarlo al più presto), amanti del chiuso soffocante e dei colori. Secondo: metti sul palcoscenico una più matta di loro, che a ogni canzone cambia abito e anche se è stonata tiene il palco e balla come una diva. Terzo: dai al pubblico la possibilità che lei (e soltanto lei) canti le canzoni che loro (e soltanto loro) hanno deciso di richiederle. Quarto (but not least): proibisci qualsiasi richiesta che non sia rock, heavy metal o pop-rock internazionale.

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Black Label Society

19 Set

Di questo gruppo non ho mai parlato in forma scritta, ma davanti a una birra in compagnia, spesso ho citato i Black Label Society. L’ultima volta quando era prossimi a venire a Roma, alla fine non sono riuscito ad andarli a vedere in Live e credo che me ne pentirò amaramente. Anche se la formazione di oggi è molto diversa da quella di quando li ho conosciuti. Allora, e mi riferisco all’album 1919 Eternal, c’era anche Robert Truijllo.

Questo a far comprendere come questo gruppo ebbe anche, a cavallo del 2000, una funzione di incubatore di artisti. Oggi Truijllo suona il basso con i Metallica, in tale band lo trovo un po’ inappropriato, per via di quell’esuberanza che stona con la classe dei four horses storici. Però ai tempi dei BLS non era affatto male. Attualmente in formazione abbiamo Zakk Wylde (chitarra solista, voce, piano e tastiere), John “JD” DeServio (basso), Nick Catanese (chitarra) e Mike Froedge (batteria).

Vi consiglio di leggere attentamente i passaggi di chitarra di Wylde, a mio parere uno dei migliori chitarristi metal in circolazione, non a casa la sua scuola fu Ozzy Osbourne, nella cui band omonima iniziò a compiere i suoi primi passi. Black Label Society ha anche una curiosità. Il nome deriva dalla marca Black Label, un wiskey della Johnny Walker. Magari ascoltateli davanti a un bicchierino, ma senza esagerare, mi raccomando…

EXTRA|Ed Ross chi?

18 Mag

Tra un caffè e una sigaretta mi sono trovato anche a fare il detective (miracoli del rock), con risultati direi però bislacchi. Non ridete, mi spiego: nella mia collezione di musica fisica ho rispolverato (nel vero senso del termine) un disco che quasi una decade fa mi aveva dato tanto, un album che ho conservato gelosamente.

Resurrection degli Halford (il primo disco di questo progetto targato Rob Halford, ora di nuovo con i Judas Priest dopo la loro reunion), ha costruito con me un rapporto che negli anni si è un pochino ossidato, ma che comunque fatica a logorarsi del tutto. Sarà per la pulizia del suo suono, per la voce del “Metal God” che in studio, a mio avviso, ha pochi eguali (attenzione perché invece dal vivo mi sembra perdere molto).

O sarà per via dell’unica semi-ballad di questo album, Silent Screams (che se Fables ci legge potrà confermare di conoscere benissimo), che anche a distanza di anni possiede ancora un carattere quasi sacrale. Focalizzando l’attenzione proprio su questo brano, mi sono accorto di un vero oggetto misterioso: il tastierista Ed Ross.

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Frank Marino – Full Circle (1986)

2 Mar

Artista/Gruppo: Frank Marino

Titolo: Full Circle

Anno: 1986

Etichetta: Justin Time

Rieccoci dopo tanto tempo, scusate l’assenza ma ero preso tra Sofocle e Platone… Ma ritorno col botto, suggerendo l’ascolto di un chitarrista dalle tante sfaccettature ma soprattutto dalla immensa tecnica. La storia di Frank Marino è legata a doppio filo al nome della sua band, i Mahogany Rush. Canadese il gruppo, canadese anche lui, di origini italiane tanto che per esteso il suo nome è Francesco Antonio Marino.

Un pazzo è dir poco. E la sua vena di follia si srotola lungo le note che accalappia, stringe, comprime, con una velocità pazzesca. Stile che posso riassumere con una metafora: immaginate una diga, viene aperta una condotta e in un metro quadro di buco si riversa l’impeto e la forza dell’acqua. Il fiume sono le note che Frank Marino strozza grazie anche a un eccezionale utilizzo del pedale, l’acqua che fuoriesce d’impeto sono le mille coloriture armoniche che crea con la sua forza tecnica.  Provate a ad ascoltare alcuni suo album e vedrete che in certi tratti non riuscirete a distinguere un Sol da un Mi bemolle.

Diciamo che Frank Marino è un’esperienza che ogni amante del rock veloce, ma ancor più chi vuole avvicinarsi a chitarristi ipertecnici, deve almeno una volta provare. Insomma, un album di Frank Marino è come un giro sulle montagne russe, chi non lo ha fatto almeno una volta?

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EXTRA|Batteristi a confronto: Connors, Rowntree, Kramer, Mitchell

31 Gen

Io sono un chitarrofilo, di quelli che a ogni disco l’orecchio finisce alla chitarra e da lì non si schioda. Parlare degli altri strumenti mi mette quindi spesso in difficoltà, soprattutto se privi di corde. Nel caso della batteria, per esempio, trovo complicato avanzare giudizi, e ad esser sinceri fino in fondo, ascolti marginali mi portano sempre con l’ammettere che sono tutti bravi, e nessuno.  Ma, non si fa!

Ecco perché ho voluto giocare con alcuni dischi, dedicare completamente la mia fruizione alle bacchette, cercando di mettere da parte per un momento i suoni e andare a scovare piuttosto i ritmi, i rumori, le melodie dei rumori, le percosse e le vibrazioni. La mia selezione è variegata, non un raffronto di batteristi dello stesso genere, ma anzi, quattro dischi che più diversi tra loro non si può: Until Your Heart Stops dei Cave In, Leisure dei Blur, Done With Mirrors degli Aerosmith e Live at Berkeley della Jimi Hendrix Experience.

Partendo dal presupposto che non sono un tecnico quindi le mie sono più che altro opinioni e non critiche. Implicito poi che un batterista professionista sia bravo, pulito, e soprattutto tenga il tempo, non ho voluto cadere in futili considerazioni sulla tecnica di base che non metto in dubbio, e che poi trovo anche noioso dover rilevare. Focalizzando invece, esclusivamente, l’attenzione sul plus che un artista può regalare al suo pubblico, compreso, ovvio, il fatto che un amante della batteria prog o jazz, soltanto per fare un caso, difficilmente metterebbe un cd dei Blur per Rowntree.

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