Tag Archives: jazz

Queen – Jazz (1978)

23 Ago

JazzAmmetto di non essere mai stato un grande esegeta dei Queen, li ho sempre amati e schivati allo stesso tempo. Mi mettevano paura per la loro vastità e varietà dei generi trattati.

Un universo confuso, senza troppi punti di riferimento. Al di la dei primi due dischi, che possiedono una loro coerenza intrinseca al periodo, a preoccupare le mie convinzioni era sempre stata l’iperbolica matassa della loro vita centrale. Se dunque qualcuno provasse le mie stesse sensazioni, beh, posso consigliare Jazz.

Mettiamola così, una buona medicina per farsi passare il mal di testa da Queen e rimettere un po’ in ordine le idee sulle capacità di questa storica band. Riprendo così la mia impossibile scalata e dopo Queen I e Innuendo, torniamo al 1978.

Continua a leggere

George Lewis – Shadowgraph, 5 (Sextet) (1977)

29 Dic

MI0002112250

Pensavate non potesse esistere, eh? Voi (noi) poveri mortali della musica da intrattenimento, melodica al punto giusto, da canticchiare allegramente sotto la doccia. Pensavamo non umanamente accettabile pubblicare (e provare a fare i soldi) registrazioni di nostro figlio intento nell’eseguire strampalati esercizi di flauto da presentare il giorno dopo alla maestra delle medie. Forse un giorno questo bambino sarà il nuovo Ian Anderson, si augurano tutti i padri. Ma fino ad allora, quegli esercizi restano musica primordiale, sintetica, due, tre, quattro note infilate per fortuna. Lo sfiato del do che emette solo schizzi di sputo e va a vuoto. Ma quella è musica, vera musica ermetica. Le maestre non lo capivano, Santa Maria…. Io che credevo di essere bravo con l’aulos, mi diedero un vecchio xilofono: «Suona questo, in fondo alla classe, lascia stare con il flauto… non fa per te… fai finta di suonare…». Santamaria.

Continua a leggere

EXTRA|Hard Bop, l’ultimo Jazz nei Juke Box

1 Dic

foto 1

Sonny Rollins esordì come sassofonista nel 1948 con i grandi del Bebop, Bud Powell, Miles Davis, J.J. Johnson. Nel 1957 uscì Sonny Rollins Volume 2, una pietra miliare della storia del jazz, una sessione senza tempo, che ha riunito alcuni tra i padri fondatori dell’era post-Bop. Compaiono gli ex Jazz Messengers, Art Blakey e Horace Silver, il bassista preferito di Miles Davis, Paul Chambers, il trombonista J.J. Johnson, e perfino Thelonious Monk. Si tratta di un esempio maturo di dove potrà arrivare l’Hard Bop. Siamo nella seconda metà degli anni ’50 e da qualche anno il jazz stava reagendo energicamente al Bebop, genere fino ad allora fecondo di fenomeni come Charlie Parker, J.J. Johnson e Phil Woods, tutti campioni di uno stile che a sua volta reagiva allo swing evolvendosi in riff di assoli infiniti e iper-tecnici portando alle estreme conseguenze il concetto di velocità e tecnica nella musica. Era il Be-Bop (o più comunemente Bop), che ruotava attorno al Birdland di New York e verso il quale il pubblico lentamente si era disaffezionato. Via via la scena se la sarebbero presa le giovani leve cresciute nei locali del Be-Bop.

Continua a leggere

Carlos Santana, Mahavishnu John McLaughlin – Love Devotion Surrender (1972)

19 Nov

Artista/Gruppo: Carlos Santana, Mahavishnu John McLaughlin
Titolo:  Love Devotion Surrender
Anno: 1972
Etichetta: Columbia

Torniamo al rock. O meglio, qualcosa si simile. Se Love Devotion Surrender (o Love, Devotion, Surrender) possa considerarsi un album rock, lo lascio dire ad altri. A me pare troppo jazz per definirlo rock e troppo rock per considerarlo jazz. È Love Devotion Surrender, un incrocio, un passaggio fondamentale della carriera di due dei più grandi chitarristi della storia della musica: Carlos Santana e i suoi frizzoli, John McLaughlin e la sua vena psicobuddhista accelerata dalla smania di protagonismo del talento precoce. Per qualcuno si tratta di un album tributo a John Coltrane, e le prime due tracce, A Love Supreme e Naima lo testimoniano.

In realtà degli originali di Coltrane resta solo la base di basso di Doug Rauch (preponderante nella prima traccia), per il resto una sequenza ininterrotta di assoli che partono dal lato destro e finiscono sul sinistro degli altoparlanti. Assordanti, stridenti e sensazionalmente eccitanti. Si prosegue su quel solco, oltre mezzora di soli sovrapposti, da sinistra a destra, dall’alto in basso. Un disco virtuoso, un incontro tra due appassionati fa di se stessi. Dove un ruolo di primo piano lo svolge anche l’organo di Yasin e i piatti jazzati di un Billy Cobham in salsa più soft rispetto alla Mahavishnu. Niente da dire: per essere il 1972 un’immagine sonora intensa e visionaria.

Vi avevo già parlato di Caravanserai, che uscì nel luglio del 1972. Sia quello che il successivo Love Devotion Surrender, uscito nell’ottobre dello stesso anno, sono ispirati al guru Srni Chimnoi, amico di McLaughlin, e che a Santana aprì le porte della percezione verso il suo personalissimo viaggio spirituale. Per alcuni Love Devotion è di Carlos Santana in collaborazione con McLaughlin, per la Columbia Records è Santana & McLaughlin, stop. Una cosa è certa: S&McL se lo sono auto prodotto il disco. Ma tra i due è Santana che deve molto di più a McLaughlin che non viceversa. E la presenza del secondo rende originale il tutto, che altrimenti sarebbe stato una copia sbiadita dei colossal dei Santana precedenti.

Continua a leggere

AA.VV. – Esquire All-American Jazz Concert (1944)

22 Ott

Artista/Gruppo: AA.VV.
Titolo: Esquire All-American Jazz Concert
Anno: 1944
Etichetta: Epm

Il lancio di grandi stelle del calibro di Fats Waller, Paul Whitman, Bix Beiderbecke, e tanti altri. E poi – almeno secondo la vulgata ufficiale – la nascita della “swing era” con il concerto di Benny Goodman nel ’38. A cavallo della seconda guerra mondiale il jazz era la Carnagie Hall, ma a New York c’era anche la Metropolitan Opera House, che nel 1944, stufa di vivere all’ombra della Carnagie, riuscì ad ospitare uno dei più importanti e fondamentali concerti nella storia del jazz. L’Esquire All-American Jazz Concert, andato in scena la sera del 18 gennaio 1944, fu il frutto di una riuscitissima iniziativa discografica, promossa dai due magazines Metronome e Esquire, i quali, fin dal 1936 chiedevano ai loro lettori di eleggere i migliori musicisti jazz sulla piazza. Sotto la spinta delle due etichette leader, Columbia e RCA, si arrivò così al biennio ’42-’44, in cui al parere dei lettori, venne associato quello dei critici musicali di allora. Si ebbe così una griglia di 16 esperti di jazz che selezionarono i migliori musicisti jazz di allora per un happening del tutto unico nella storia del jazz. L’Esquire All-American Jazz Concert viene così registrata e prodotta prima in lp (dal 1944) e poi, dalla francese Epm registrata in cd nel 19994, in occasione dei 50 anni da quella serata storica.

Le polemiche non mancarono, perché alla presenza di mostri sacri come Louis Armstrong, Roy Eldridge, Barney Bigard, Coleman Hawkins, Art Tatum e Lionell Hampton, stona l’assenza di tantissimi altri geni del jazz di allora. Solo per fare un esempio, tra i sassofonisti mancheranno Johnny Dodges, Benny Carter, Lester Young (per lui votarono solo 2 critici…), tra i pianisti assente risulterà Earl Hines, e ancor più assordante fu la mancanza di ella Fitzgerald messa in fila dalla vincitrice Billie Holiday e dalla seconda classificata, Mildred Bailey. Insomma, il bello e il brutto del “talent”, così come lo interpretiamo noi oggi: per alcuni non sarà mai la scelta migliore in assoluto, ma in linea di massima l’Esquire All può ben rappresentare la crema del jazz di allora. Chiudendo sul personale, questo doppio disco mi ricorda un piacevole evento che mi accadde nel fu compianto “Disfunzioni Musicali” di San Lorenzo a Roma. Lo cercavo soprattutto per un motivo: volevo un disco in cui spiccasse la presenza del trombonista Jack Teagarden, uno dei migliori capostipiti del suo strumento ma purtroppo sempre messo all’ombra dei grandi band leader del tempo. Nemmeno il più rinomato negozio di dischi della capitale mi riuscì ad accontentare e trovai questo disco soltanto su e-bay. Curiosamente, misi tutti in difficoltà quando parlai di Teagarden: «Tea chi?», mi disse uno dei venditori, e un suo collega: «Se non lo conosce lui, non esiste». La presi sul personale, perché non ero un esperto come loro (e forse neanche oggi lo sono), ma mi ero documentato. Risultato: li feci andare su internet e lì presero coscienza del loro abbaglio. Forse quel giorno rappresenta lo spartiacque del mio gusto musicale, e compresi che il jazz era un universo con sempre qualche angolo buio e pronto a portarti fuori strada quando pensi di conoscerlo in ogni suo angolo. Di seguito la recensione traccia per traccia…

Continua a leggere

Eugenio Jazz

15 Ott

Dopo essersi riprosposto a San Remo nella scorsa edizione, e aver pubblicato un disco di fado musica tradizionale portoghese) e uno di ballate spirituali, in questi giorni Eugenio Finardi si sta per cimentare in uno di quegli esperimenti in cui spesso un artista si cimenta dopo aver scandagliato in lungo e in largo i propri orizzonti. L’artista di Un Uomo e Extraterrestre stasera e domani si esibirà al Blue Note di Milano in cui proporrà le sue migliori incisioni in chiave jazz. Ad accompagnarlo ci saranno Raffaele Casarano (sax), Mirko Signorile (pianoforte), Marco Bardoscia (contrabbasso), Marcello Nisi (batteria) e Alessandro Monteduro (percussioni). È un esperimento nato praticamente per caso, un concerto estemporaneo che si è trasformato in una collaborazione. Per chi capita nel capoluogo lombardo, un motivo in più per passare una serata sulle note jazz.

Clarence “Gatemouth” Brown – No Looking Back (1992)

6 Ott

Artista/Gruppo: Clarence “Gatemouth” Brown
Titolo: No Looking Back
Anno: 19992
Etichetta: Alligator Records

Clarence ‘Gatemouth’ Brown non ha mai promesso altro che la sua ‘verità’. Senza sottostare alle pressioni della moda, delle case discografiche e dei tempi”. Così spiegava Jim Nelson, uno dei massimi esperti di musica rock e blues nel panorama delle radio americane, l’uscita nel 1992 di No Looking Back. Si trattava di tracciare una linea ideologica che sapesse spiegare per larghi tratti l’importanza del padre del disco, Clarence “Gatemouth” Brown.

Chitarrista eccentrico, che nella sua longeva carriera ha saputo raccontare attraverso il blues diversi spaccati dei diversi mondi che ha vissuto. Si parla di stili, ed è complicato contestualizzare Brown dentro uno o l’altro genere. Parte dal blues, ma poi inevitabilmente prende sempre – in ogni singolo album – una tangente fatta di contaminazioni, dal jazz al country, allo swing, al bop.

No Looking Back comincia proprio così, con Better Off With The Blues, un intelligente compromesso tra il blues di stampo “Gate” e la sua vena incline al jazz. Ancor più chiaramente, il clima jazzistico emerge nettamente con Digging New Ground dove sia il basso di Harold Floyd, che la schiera di fiati alle spalle di Clarence, e capitanati dalla tromba di Terry Townson, ci introducono swingeggianti in atmosfere, con la chitarra di Brown che si alterna in brevi schegge alle linee solistiche di tromba, sax e pianoforte. Tutti strumenti prettamente jazz, a partire dal ritmo che impartiscono al brano. È jazz anche nel tema, uno standard alla Glenn Miller che introduce e conclude.

Continua a leggere

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: