Tag Archives: King Crimson

King Crimson – Larks’ Tongues In Aspic (1973)

5 Mar

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Quella che sarebbe stata una curiosità, in questa recensione cattura il titolo in testata, che poi è quello dell’album che stiamo per recensire: Larks’ Tongues in Aspic. Fu ideato da uno dei nuovi elementi della band riformata da Fripp solo un anno dopo il suo scioglimento: interpellato sulla natura della musica che stava suonando con i nuovi King Crimson il percussionista Jamie Muir parlò di «lingue d’allodola in gelatina», alludendo a qualcosa di delicato in una mescolanza densa e corposa. Stesso concetto della raffigurazione in copertina, un sole che abbraccia la luna. Il sacro e il profano, il classico e il nuovo. Tutto questo Larks’ Tongues in Aspic, quinto lavoro dei King Crimson. Un disco che disorienta per i suoi contenuti. Continua a leggere

Robert Fripp, l’anarchico del suono

12 Mag

Un dei più grandi misteri della storia del rock è la genesi e l’evoluzione dei King Crimson. Uno dei pochi gruppi a vantare addirittura un paroliere (Peter Sinfield), una di quelle meteore che resiste all’usura del tempo e alle varie fuoriuscite lungo gli oltre 40 anni di esistenza. Mistero non perché ci sia qualche punto oscuro (anzi si è detto già tutto, forse troppo). Mistero, per il carattere “esoterico” con cui questo gruppo senza età ha sopravvissuto all’usura del tempo e agli avvicendamenti continui.

Più che di gruppo, meglio però parlare di progetto aperto. Cantiere. Di questo cantiere/progetto, il punto fermo, l’ingegnere responsabile dei lavori è sempre stato uno solo: Robert Fripp. Una delle figure che campeggiano prepotenti nella nostra testata. E dunque, trovo d’obbligo un passaggio su questo meraviglioso e sfaccettato artista.

Lo faccio per larghi tratti, anche perché di materiale ce ne sarebbe per scriverci un libro ma oggi non ho voglia di essere prolisso come in altre circostanze. Parliamo di Fripp e della sua nascita come artista, e prendo spunto da alcune pillole di sue frasi che ho tratto dal sito Planando. L’autrice in questione, si sofferma sul suo approccio iniziale con la musica, definito estremamente personale.

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Pangea, Pangée, dove la musica non ha confini

15 Dic

A scuola fu una delle teorie scientifiche che più mi colpì: la Pangea. Mi sembrava impossibile che quei continenti oggi così distanti tra loro, milioni di anni fa fossero uniti in un unico blocco. “Pangea” ha illuminato le nostre menti e unito idealmente l’umanità in un solo grande passato comune. Oggi esistono associazioni che portano quel nome e che tengono assieme culture apparentemente lontane, che probabilmente un giorno, ancor più remoto, torneranno a riavvicinarsi. Sembra assodato che tra circa 5 miliardi di anni il sole si spegnerà e con lui la vita, ma la terra sembra destinata a mutare molto prima della fine dei nostri giorni. Sull’ordine dei milioni di anni (50, 100, 250 al massimo), i continenti dovrebbero tornare a come erano prima, un unico grosso “pallettone” di terra, con l’Africa che abbraccerà l’America, l’Europa, l’Asia, e così via. Pangea Ultima, la chiamano.

Parlando di musica, dalla teoria della Pangea prende il nome anche questo gruppo canadese, i Pangée, che pubblicarono un album nel 1995 e poi fecero perdere le loro tracce. Si tratta di un gruppo progressive, il cui disco Hymnemonde, stando alla recensione che leggo su Progarchives, trae ispirazione dai King Crimson (non mancano mai…), ma anche (e qui si fa interessante), dagli Anekdoten. Oh, li ricordate gli svedesi? Sia chiaro, non lo dico io stavolta, ma Mellotron Storm, che addirittura dà 4 stelle ai Pangée, definendoli una gemma degli anni Novanta, dopo aver trovato questa vaga somiglianza: «PANGEE were a band out of Quebec who released this one album in 1995. The attraction for me was all the KING CRIMSON and ANEKDOTEN comparisons, but while the angular guitar does bring those bands to mind i’m surprised at how original these guys sound».

Ecco, i Pangée non li ho ancora approfonditi benissimo, giacciono lì nella mia vasta collezione di dischi liquidi (credo siano usciti fuori anche loro dalla poderosa “Masterpiece of Progressive”). Conosco senz’altro meglio gli Anekdoten, che li ho anche recensiti, beccandomi insulti e poi scuse. Avevo ragione a quanto pare, perché di King Crimson ce n’è, poco ma ce n’è. Magari ascoltiamoci meglio anche i Pangée, e soprattutto, venendo prima degli Anekdoten, fosse appurata la teoria dell’ispirazione, colpisce che nella musica, come nella Pangea, confini non esistono, e quattro ragazzi svedesi possono trarre impeto da tre colleghi canadesi distanti migliaia di chilometri.

King Crimson – Starless and Bible Black (1974)

22 Apr

Nel 1974 la nuova formazione Crimson, (Bill Bruford /drums – David Cross/violin, viola, keybords – Robert Fripp/guitars – John Wetton/bass, vocals) affronta la pubblicazione del suo sesto album: è il caso di Starless and Bible Black, composto da ben 5 tracce (Lament, Fracture, The Night Watch, Starless and Bible Black e Trio) interamente tratte da registrazioni di esibizioni live (naturalmente “ripulite”), le altre 3 (The Great DeceiverWill Let you Know e The Mincer) sono principalmente “creature” improvvisate in concerto con qualche rivisitazione in studio.

Le composizioni esprimono al meglio l’affiatamento tra gli strumentisti che non perdono colpi nota dopo nota facendo credere che sia tutto scritto a tavolino, non perdendo mai il tema principale e creando atmosfere che non possono non farci invidiare chi ha avuto la fortuna di aver visto quella formazione dal vivo: quello che ascoltiamo è qualcosa che va “oltre” la definizione classica di progressive. Per gli amanti del genere ma anche per chi ama osar muovere passi in terre sconosciute.

King Crimson – In The Court Of The Crimson King (1969)

4 Mag

Artista/Gruppo: King Crimson
Titolo: In The Court Of The Crimson King
Anno: 1969
Etichetta: Atlantic

Diversi anni fa, agli albori della mia maturazione musicale, quando ancora davanti a me dovevano iniziare a brillare tutte le gemme della storia della Musica e quando il Progressive-Rock era ancora distante dalle mie concezioni di espressione artistica, mi trovai un pomeriggio di fronte ad una copertina di un album che distintamente da tutte le altre che la contornavano, sembrò voler a tutti i costi richiamare la attenzione su di se, sembrò voler anche per un solo secondo che tutto si fermasse per dire ciò che aveva dentro…chissà se quel giorno, all’interno di quella bocca spalancata che sembra voler descrivere al suo interno uno spazio infinito, fu possibile intravedere una prefazione di come il mio approccio all’ascolto sarebbe cambiato di li a poco; chissà se guardando ancora più a fondo quello sguardo non sarebbe stato possibile veder scorrere il film di tutte le mie esperienze musicali future.

E’ l’urlo del Progressive-Rock che dopo aver atteso, essersi formato, aver vissuto ed aver studiato a fondo le sue fonti di ispirazioni nascoste nei meandri della Musica Classica, del Jazz e del Rock, decide di venire fuori in maniera roboante per dare una collocazione perfetta a tutte le doti artistiche più complesse che l’uomo può fondere nel concetto di Musica, e per dare la possibilità alle menti pronte ad intraprendere un viaggio completamente diverso da quelli conosciuti fino ad allora, di riuscire a trovare qualcosa che riesca nel miglior modo possibile ad esprimere sentimenti e sensazioni in modo viscerale, complesso, completo.
La magia di questo album può anche essere letta in questo modo, dal riuscire a trasmettere a distanza un messaggio silenzioso ed impercettibile ma allo stesso tempo deciso ed inappellabile, a coloro i quali sono pronti per compiere questo passo, grazie a quella mostruosa copertina tanto disprezzata da chi vuole qualcosa di più convenzionale ed estetico, quanto entusiasmante ed ipnotizzante per chi invece riesce a leggervi impressa la propria natura.

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