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Blur – Leisure (1991)

12 Nov

Il disco d’esordio dei Blur non fu accolto con grande favore da parte del pubblico. Il panorama british era con lo Shoegaze al suo declino e aveva bisogno di rinnovarsi. I Blur seppero ben intraprendere assieme agli Oasis la nuova onda che stava per avvilupparsi nel mercato mondiale e a cavallo degli anni ’90 furono i protagonisti del nascente britpop. Di Leisure restano invece ancora impresse le sonorità Madchester e Shoegazing. È il primo album di Damon Albarn e compagni, appena scritturati dalla Food Records e freschi di nuovo nome (quello originale che il produttore fece subito in modo di cambiare era Seymour).

Il disco è ricchissimo di riverberi ed effetti sulle chitarre ma anche sulle voci. Lo stampo è di un rock alternativo passato ma l’impronta è già proiettata al futuro e sebbene le recensioni dell’epoca tengono più a memoria il successivo Modern Life is Rubbish, lo stesso Leisure dopo il successo della band venne ben presto rivalutato. Si tratta di un album semplice, sulla falsa riga di Smiths e Stone Roses, cui il primo singolo She’s So High ne esemplifica fin dall’inizio l’essenza. La tentazione di cestinarlo dopo un paio di brani cede il passo alla curiosità, e lentamente Leisure assume i contorni di un album ben fatto, già completo e con un’idea prestabilita: colpire per la bravura e non tanto per l’innovazione.

Dopo un avvio un po’ timido, anche la chitarra di Graham Coxon esce fuori in Bad Day e nella successiva Sing, che troverete anche nella colonna sonora di Trainspotting. Quest’ultimo brano è un capolavoro di melodia, accompagnato dalla batteria di Rowntree e dal basso cadenzato di Alex James: è la Bitter Sweet Symphony dei Blur e allo stesso tempo l’alba naturale della futura Coffee & TV. Perché ascoltare Leisure? Beh, innanzitutto perché è il disco d’esordio di uno dei gruppi più influenti della scena britannica alle porte del 2000. Poi perché è un bell’album, giovane e frizzante, carico e che carica. E soprattutto perché così vi rileggete l’approfondimento sui batteristi che avevo scritto tempo fa. Sconsigliato alle orecchie atrofizzate dalla musica “alta”. O meglio: There’s No Other Way…

The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

10 Apr

Artista/Gruppo: The Stone Roses
Titolo: The Stone Roses
Anno: 1989
Etichetta: Silvetone

Ascoltando ieri la versione di Imagine di John Lennon rifatta nel 2004 degli A Perfect Circle, tetra, cupa, volutamente annebbiata, mi domandavo quanto il periodo storico possa condizionare le sonorità di un brano, o di un disco, e piegarle dalla felicità alla tristezza, dalla speranza al pessimismo. Da distanza ben calibrata, è la stessa sensazione che provo quando ascolto dischi come The Stone Roses, album d’esordio dell’omonima band di Manchester che forse, più di tante altre, ha contribuito alla nascita del successivo brit pop.

Gruppi come Blur, Oasis, Verve, devono quasi tutto agli Stone Roses, che sul finire degli anni Ottanta mescolavano l’alternative rock a fusioni più propriamente house che derivavano da Oltreoceano, oltre a quel pizzico di reminiscenza di matrice Sixties. Protagonisti (assieme a band del calibro di New Order e The Smiths) del movimento Madchester. Ebbene, The Stone Roses è un album fresco, genuino, solare, frizzante e ottimista, il tutto in ossequio allo straordinario e allo stesso modo impraticabile risveglio economico di quegli anni. E proprio a ridosso delle registrazioni di questo esempio di successo fulminante, veniva a cadere anche l’ultima barriera ideologica tra l’est e l’ovest.

Gli SR ne fanno menzione velata, quando il cantante Ian Brown accenna in Waterfall: «This American satelite’s won», oppure «Soon to be put to the test, to be whipped by the winds of the west». Ma la politica, e la Guerra Fredda che stava per concludersi, non interessava più di tanto. C’erano soprattutto i rave, le feste, nel cuore di una Manchester capitale dell’industria britannica (400mila abitanti circa) e un locale, l’Hacienda, che in quegli anni fu la vera tana dei gruppi Madchester. Insomma, si stava bene (o almeno si fingeva di esserlo), e la musica ricalcava quello stesso stato d’animo. Magari, rielaborandolo ora quell’album, un gruppo attento come gli A Perfect Circle, lo farebbe deflagrare per ricostruirlo dalle fondamenta, più solido, meno ipocrita e sicuramente più fosco.

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