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EXTRA|Il post-rock e le sue (non) origini

15 Apr

Generi e subgeneri: l’onomastica musicale si confronta con la realtà dei suoni

Volevo sondare il terreno e scoprire il significato profondo del termine post-rock, del suo perché e del perché un genere così di rottura venga spesso assimilato a qualsiasi cosa non suoni come un cliché.

Avevo preso ad oggetto l’album omonimo dei Tortoise, loro primo (capo)lavoro, uscito nel 1994. Eppure non mi ero accorto che, secondo molte recensioni, stavo proprio ascoltando la gemma che ha dato l’alba a questo genere musicale. Etichetta che poi gli stessi, nei primi anni del nuovo millennio si affrettarono a rifiutare.

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Ma la nascita di un genere è spesso contesa da più artisti, precursori, presunti innovatori inconsapevoli. E così accade che per esempio un certo Chris Jackson (assiduo recensore su SptutnikMusic.com), nel 2006 rimase senza parole quando ascoltò per la prima volta It’s My Life dei Talk Talk, anch’essi considerati da tanti come i capostipiti del post-rock, cui l’album in questione probabilmente gli venne consigliato da un qualche sapientone che lo venerava come il nuovo Sgt. Peppers. Jackson però non aveva fatto i conti con «tastiere e sonorità completamente anni ’80», niente di nuovo, anzi, «molto disappunto», disse. Poi, andando avanti con le tracce si rese conto che al massimo poteva considerarsi un «buon album di new wave». Che confusione!

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Minutemen – Double Nickels On The Dime (1984)

30 Mar

Artista/Gruppo: Minutemen
Titolo: Double Nickels On The Dime
Anno: 1984

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Quando il rock si fa giovane. O per meglio dire, anche il punk a volte ha ragione. Frutto del caso o solo di enorme ispirazione, frammenti, schegge impazzite di immaginaria primitività. Siamo a Venice, la California sempre nel cuore, e come ti sbagli (vedi recensione Metallica-Metallica). Ed ecco Double Nickels On The Dime, nome che deriva da due conii di monete statunitensi, il nichel (0,05 dollari) e il dime (0,10 dollari): due nichel per un dime. Come dire: basta dividere, scomporre e il gioco è fatto.

Inizialmente concepito come doppio album, uscito a più riprese, personalmente posseggo l’edizione del 1989, in cui compaiono 43 delle 45 tracce a cui si riferisce l’originale. Bastano le prime note, i primi battiti di grancassa e ci si rende conto che mentre siamo proiettati in viaggi nel surreale, dopo setto, otto minuti al massimo, siamo già a un quarto dell’album, ma che viaggio che ci aspetta. Band praticamente sconosciuta in Italia, per pochi appassionati del californian alternative style, i Minutemen uscirono con questa autentica perla nel millenovecentottantaquattro. Lo scrivo lungo perché tanto lungo è questo canzoniere.

Più di ottanta minuti di perlustrazione musicale, di stacchi, saggi, brani che ricordano “non finiti michelangioleschi” tradotti in spartito, decostruzionismo allo stato puro. Che ripercorre a zig zag la storia della musica americana contemporanea. Sono solo in tre in formazione, D. Boon (voce e chitarra), Mike Watt (basso), George Hurley (batteria). Inutile spiegare le tracce perché in questo disco è la totalità che conferisce la forma. L’ho detto, sono momenti. Ora siamo in un pub, se ne respira l’atmosfera e assieme l’odore dell’alcol, ma non c’è il tempo neanche di orientarsi e trovare posto tra i tavoli che siamo già altrove.

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