Tag Archives: musica classica

Centocage: Bologna ricorda John Cage

6 Giu

Il 2012 è l’anno del centenario del grande compositore statunitense John Cage, nato a Los Angeles il 5 settembre 1912 e morto il 12 agosto 1992. E nel ventennale della sua morte, la città di Bologna ha deciso di omaggiarlo con la rassegna Centocage 1912-1992-2012, un programma che fino a novembre si snoderà in molti spazi cittadini, oltre a teatri e musei, con concerti, convegni, mostre e incontri. La rassegna coinvolgerà il Conservatorio, il festival AngelicA, Musica Insieme, Xing, il Dom, la Sala Borsa, il Museo della musica, il Teatro Comunale, e il Dipartimento musica e spettacolo dell’Università.

È di lungo corso il rapporto tra Cage e l’Italia, e tra Cage e Bologna. Nella città felsinea nel 1978 il compositore realizzò il progetto The John Cage’s train, tre escursioni-happening in treno coinvolgendo musicisti e performer, celebrato poi per il trentennale nel 2008. Artista poliedrico, che fece dell’I Ching un metodo per trasportare in musica l’arrangiamento casuale controllato. A proposito di sperimentazione, resta l’aneddoto del 1958, quando Cage si esibì nella trasmissione Lascia o Raddoppia, in un concerto chiamato Water Walk, in cui suonò una vasca da bagno, un innaffiatoio, cinque radio, un pianoforte, dei cubetti di ghiaccio, una pentola a vapore ed un vaso di fiori.

Cage partecipava anche come esperto di funghi, e sicuramente la sua micologia colpì Mike molto più che la sua “stramba” musica. Memorabile fu il dialogo finale con Mike Bongiorno: «Bravo signor Cage arrivederci e buon viaggio, torna in America o resta qui?» – «Mia musica resta», risponde Cage con orgoglio, e di tutta risposta il buon Mike sfodera una delle sue più celebri gaffe: «Ah, lei va via e la sua musica resta qui, ma era meglio il contrario: che la sua musica andasse via e lei restasse qui…». Erano altri tempi, ma una cosa era già chiara: la musica sperimentale per la televisione era già considerata un fenomeno da circo.

Ludwig van Beethoven – Adolf Drescher (flügel) – Sonaten (1966)

29 Giu

Compositore/esecutore: Ludwig van Beethoven/Adolf Drescher
Titolo: Sonaten Nr.23 op.57 Appassionata, Nr.14 op.27 Nr.2 Mondschein Sonate, Nr.8 op.13 Pathetique
Anno: 1966
Etichetta: JokerStavolta la sparo grossa, volo alto, e mi butto in un campo che non conosco. Non vi meravigliate se trovate storture o errati tecnicismi (sebbene abbia cercato di evitarne il più possibile): sono un neofita della classica, cercate di capirmi. Però ho trovato gusto nel cimentarmici, perché un conto è poi ascoltare, un altro buttarcisi a capofitto e vergarne contenuti, nero su bianco. Poi, su Beethoven è stato scritto di tutto, quindi mi sono affidato un po’ a quanto già si sa, ma molto ci ho messo delle mie percezioni. Per farlo ho preso un disco che posseggo in vinile, ed è un vinile che ha una storia, visto che fa parte dell’esiguo (ma non per questo meno rispettabile) “Fondo Bonomo”. Si tratta di una serie di dischi originariamente posseduti dalla famiglia di Maurizio, dal padre e dalla madre, insomma, una famiglia cresciuta all’ascolto della musica classica, a cui va tutto il mio grande rispetto immaginandoli seduti assieme sul divano a coccolarsi sulle note di Mozart piuttosto che di Rossini.

Il disco in questione è dunque uno degli originali più vecchi presenti in casa, risale al 1966, originalissimo. Maurizio aveva 14 anni, e a quanto sembra si divertiva a fingersi direttore d’orchestra. Il disco è introvabile (la foto di copertina è infatti eseguita dal sottoscritto, e scusate quel flash ma non avevo gran tempo da spenderci…), uno di quei vinili che, forse, si trovano solo nelle bancarelle, se siete fortunati. L’ho inserito tra gli album (e non tra i best of) soltanto perché in musica classica difficilmente troveremmo album come li intendiamo noi, non per questo però possiamo chiamarli best of, visto che non è il meglio di e neanche una raccolta come si fa nella musica popolare.

Nella mia discografia presenta la seguente intitolazione: Ludwig van Beethoven – Adolf Drescher (flügel) – Sonaten Nr.23 op.57 Appassionata, Nr.14 op.27 Nr.2 Mondschein Sonate, Nr.8 op.13 Pathetique. Non parliamo dunque di un grandissimo interprete, in quanto Adolf Drescher difficilmente lo troverete nell’olimpo dei pianisti di Beethoven. Allievo di Leo Blech presso il Conservatorio di Riga, Drescher ha fatto il suo debutto a 12 anni suonando Haydn. L’apice della sua carriera si pone nell’immediato Dopoguerra, con concerti e varie registrazioni. Morto per suicidio nel 1967 (quindi un anno dopo la pubblicazione del vinile in questione), egli si confrontò comunque con tanti compositori, da Mozart a Brahms, e tutto il filone della musica tedesca, anche quella più popolare e sconosciuta.

Qualcuno di voi si sarà chiesto cos’è il “flügel”. Facile: è il pianoforte a coda, tipico per concerti in ampie sale. Sono tre sonate (n.8, n.14 e n.23), rigorosamente riportate in ordine cronologico inverso, quasi un regredire alle origini dell’autore stesso. Difficile però commentare la bravura di Drescher, in quanto lo stato pietoso in cui versa il vinile, associato alla piattezza di suono dovuta alla scarsa qualità di registrazione dell’epoca, renderebbe l’impresa molto ardua. Mi sono quindi fidato del pianista, l’ho assecondato e ho finto che fosse Beethoven stesso in casa mia. Ed è un’esperienza che va fatta e ripetuta. Io ve la racconto così…

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EXTRA|Kompozitor Glinka

14 Ott

Se c’è un personaggio che in assoluto va considerato l’artefice della musica moderna russa, quello è Michail Ivanovič Glinka, e se ci fu qualcuno che nella Russia zarista si cimentò con la musica europea occidentale, quella francese, l’italiana di Rossini, la viennese e la tedesca, dunque, quel merito va dato senza dubbio a Michail Ivanovič Glinka. Che poi la sua opera, nella prima metà del XIX secolo fosse stata già in parte superata dalla coeva musica europea questo è un altro discorso, ma l’apporto dato da questo eclettico compositore non va assolutamente sottovalutato.

Anzi, fu il primo a portare nel teatro di San Pietroburgo una rappresentazione basata sulle polke popolari delle estreme periferie russe, con costumi e scenografie vistosi e spettacolari, dal chiaro sapore orientale. Dopo aver passato la sua giovinezza in giro per l’Europa, tra la Francia, l’Italia, l’Austria e la Germania, Glinka tornò in patria e, in un clima di profondo dissesto non soltanto politico ma anche musicale, con la Russia completamente succube dei gusti occidentali, si mise a comporre pezzi originali sulla falsa riga di quelli europei. Il suo capolavoro fu Una vita per lo Zar l’epopea di Ivan Susanin, eroe e martire boscaiolo del piccolo villaggio di Domnino, vicino a Kostromo, nella Russia centrale europea, che con le sue gesta favorì l’ascesa dei Romanov.

Insomma, periodo della vita profondamente rosso, con, in più, il cinema sovietico che mi sta penetrando nelle vene, Ottobre, Sciopero, Aleksander Nevski, e poi ancora Eizensteijn, Aleksandrov, la Sojuzkino. Insomma, non potevo non citarvi almeno un film, l’ultimo che ho potuto ammirare della vastissima produzione cinematografica dell’Unione Sovietica. Dunque…

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Ludovico Einaudi – I Giorni (2001)

2 Ago

Artista/Gruppo: Ludovico Einaudi
Titolo: I Giorni
Anno: 2001
Etichetta: Bmg Ricordi

Su Ludovico Einaudi non farò una recensione nel senso stretto del termine, ma una riflessione, una emocenzione come piace dire a noi del Collettivo. Parlo de I Giorni, l’unico album che ho potuto ascoltare con attenzione di questo pianista, ma ne ha fatti talmente tanti e tante altre collaborazioni, colonne sonore, e che forse I Giorni non è neanche la sua migliore produzione, di questo e di altre cose, lascio a chi meglio di me può esprimere un parere, come dire, più tecnico.

Inizio col dire che non sono un esperto di pianoforte, sono chitarrista e talvolta il mio chitarrismo mi fa uscire di strada. E allora la prima sensazione al cospetto di questo ascolto è che I Giorni può essere apprezzato anche da chi capisce poco o nulla di piano, pochi virtuosismi, che sono poi quelli più complessi da carpire, poco cambi di melodia, sempre quella, sempre attaccato a un sottile filo di conduzione, una linea di condotta che non esce mai fuori dagli schemi, è l’assieme a formare il tutto e non la piccola piéce che sovrasta le altre.

Un’avventura lungo accordi sovente bellissimi, di gusto, Einaudi gioca con il tempo, lascia i suoi brani decollare, tiene in sospeso le ore, per poi raggiungere il cielo e scendere giù in picchiata, con tutta la forza di un caccia pronto a bombardare con i tasti bianchi e neri l’anima immobile di chi all’ascolto aveva creduto fosse tutto finito.

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