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Francesco Guccini – Canzone Dei Dodici Mesi (1982)

14 Dic

Avevo già segnalato un DVD di Lucio Dalla di un live alla RTSI, la televisione pubblica svizzera. Ed ecco un altro campione della musica cantautoriale italiana, ancora alla RTSI: Francesco Guccini e la sua immensa Canzone dei Dodici Mesi e i suoi significati simbolici per ogni mese dell’anno. Nel brano si distinguono diversi interpreti, session man, e artisti che hanno messo lo zampino in molti dei dischi che hanno fatto la storia della musica italiana negli anni ’70, come Vince Tempera e Gigi Rizzi.

La Canzone dei Dodici Mesi è contenuta nell’album forse più bello dell’intera carriera di Guccini, Radici. Cosa dire del brano? Dipende dai gusti, per qualcuno Guccini resta troppo prolisso, per altri i suoi monologhi sono campioni di poesia pura. Ascoltate frasi del tipo «non so se tutti hanno capito, ottobre la tua grande bellezza: nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza… Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze, lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse…».

Nessuno ha mai onorato così tanto il mese in cui sono nato…

Patty Pravo – Patty Pravo (1968)

1 Nov

Per qualcuno è più una compilation che un album. Il primo disco di Patty Pravo, in arte Nicoletta Strambelli, che porta il titolo omonimo. In effetti questo long playing fu fin troppo richiesto a distanza di ben due anni dalla firma del contratto che legava Patty alla RCA e la maggior parte dei brani già si conoscevano. Emblematico in copertina un passaggio di una conversazione telefonica in cui l’allora disc jockey Renzo Arbore chiede a Patty: «…io mi sono sempre domandato (e una notte me lo sono domandato così intensamente che non sono riuscito a prendere sonno) come mai escono ogni giorno long playing di cantanti meno bravi e noti di te e non è ancora uscito il tuo. Va a finire che qualcuno può anche sospettare che tu sappia soltanto cantare “Ragazzo triste come me e te…”, “Oggi qui, domani là”, o “Tu mi fai girar come fossi una bambola”. Lo so che tra spettacoli, televisione, radio, caroselli e tournées non hai mai avuto il tempo di chiuderti per una settimana in una sala di registrazione ma, perbacco, che aspetti a trovarlo? Non ti solletica l’idea che la gente possa finalmente apprezzare il gusto e la classe delle tue interpretazioni di “Old man river” o di “Yesterday”? E poi, dacci almeno la possibilità di avere nella nostra discoteca un tua bella foto di copertina formato trentatre giri…».

Detto fatto, nel 1968 la veneziana Patty Pravo, che nel frattempo imperversava al Piper di Roma, pubblicò il suo primo album, pieno di cover e alcuni successi che in Italia già circolavano in formato singolo. La Bambola, per esempio, che assegna anche il titolo dell’album distribuito all’estero (in cui Patty Pravo svolse un importante contributo per la diffusione della canzone italiana), scritta da Franco Migliacci, Bruno Zambrini e Ruggero Cini e rifiutato da Gianni Morandi, Gigliola Cinquetti, Caterina Caselli, Little Tony e i Rokes. Oppure Ragazzo Triste, forse il più grande successo di Patty, scritta da Gianni Boncompagni e Sonny Bono.

Sostanzialmente, l’album è caratterizzato da un preponderante stile beat che viene incarnato da Patty Pravo nella versione italiana di Yesterday dei Beatles. Così come la meravigliosa The Time is Come scritta da Paul Korda e portata al successo da P.P. Arnold l’anno precedente, la voce di Patty rielabora il soul in chiave romantica e lenta che plasma la caldissima Se Perdo Te. Nella gran parte dei brani, tutto coperto dall’orchestra di Ruggero Cini. Disco che mi è stato regalato (sotto indiretta richiesta) dai miei amici, e non potrò mai dimenticare l’accoppiata con Rust in Peace dei Megadeath. Il sacro e il profano a confronto. A distanza di molto tempo, beh, non mi sono mai pentito di quella richiesta. Consigliato a quanti intendano rivivere per mezzora il fermento artistico e il clima di un’Italia sessantottina piena di grandi talenti.

Federico Salvatore – Na tazzulella ‘e ca.. baret (1989)

5 Apr

Recentemente vi avevo parlato del primo “best of” di Federico Salvatore, Superfederico. E ne avevo discusso in maniera anche critica, per la scelta – diciamo così – alquanto discutibile, di selezione dei brani presunti più belli e rappresentativi dei primi 5-6 anni del cantautore napoletano. Oggi vi cito il primo disco di Federico Salvatore: Na tazzulella ‘e ca.. baret. Data 1989, l’influsso della musica dance e cantautoriale italiana degli anni ’80 è evidente. Come album d’esordio Na tazzulella ‘e ca.. baret potremmo affermare che prometteva anche più di quanto poi Salvatore ha offerto nei 3-4 dischi successivi (ma poi si sbloccherà).

Musicalmente e per ritmo, ho apprezzato Leggere attentamente le istruzioni per le modalità d’uso, mentre Senza peli… sulle lingue è la tipica ballata partenopea (anche se Federico ci adatta sopra il demenziale). All’uscita di scuola è una lunghissima pièce basata sui ritornelli delle più famose canzoni di Lucio Battisti: la storia tratta dell’evoluzione di un gelataio in spacciatore, per poi finire in carcere a Gaeta. A mio avviso la più interessante, per progressione e testo, è Vajass… rap. Mentre la prima traccia, Per una notte d’amore… Mannaggia a me! Mannaggia a me!, risulta piuttosto retorica, scontata e ripetitiva.

EXTRA|Musica a scuola, la proposta De André

10 Mar

Lo scorso 7 marzo, il quotidiano “L’unione Sarda” pubblicava un articolo di Daniele Barbieri su «De André a scuola», che «parola più, parola meno», è stato poi ripubblicato oggi sul blog dell’autore.

Di cosa si tratta? Una recensione del libro De André a scuola, di Massimiliano Lepratti, dove l’autore scruta gli aspetti molteplici del cantautore genovese, immaginando la sua opera (musica, testi, citazioni) come un interessante compendio per studenti e insegnanti.

L’utilizzo didattico di un musicista popolare, che con le sue canzoni impegnate ha aperto tutto un filone di artisti rinnegati, o per meglio dire, profani. Ma il buon De André potrebbe essere utile a scuola anche per le sue tante lezioni di storia che nei suoi testi vi si possono evincere con limpida chiarezza. Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, per esempio, che venne scritta a quattro mani con Paolo Villaggio. De André non è l’unico, anzi, si potrebbero citare anche Guccini, De Gregori, Dalla, tutti avvezzi a raccontare date ed eventi. De André, dal carattere più eziologico, sarebbe allora l’ideale per gli studenti di primo e secondo, mentre un Guccini d’annata, già il primo, è un ottimo materiale su cui preparare Dopoguerra e ’68.

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Francesco De Gregori – Passato remoto (2005)

11 Ott

Un po’ di musica italiana, ancora con Francesco De Gregori. Passato remoto, un brano del 2005 uscito sull’album Pezzi, che racconta di un amore perduto, un testo ripetitivo, un giro che fa sempre così: «Il più bel giorno fu il giorno consumato» o «il più bel sogno fu quello mai sognato».  L’album ha subito opposte critiche da parte dei fan di De Gregori, tra chi gli accusa di esser sceso a patti con il mercato e chi invece continua ad apprezzarne lo sforzo artistico. Giudicate voi…

Sidistef

Diamanti

23 Lug

Diamante, biversione, bifrontale, come la collaborazione tra De Gregori e Zucchero. Diamante, una canzone – ma si, chiamiamola così, che male c’è? – alla quale sono legato molto, Diamante che mi ricorda le passeggiate al mare, le nonne italiane, la domenica e tanto altro ancora. Brano reso celebre da Sugar Fornaciari, ma che in pochi sanno che è stata scritta da De Gregori, in barba a chi sostenendo che Zucchero scrivesse estraendo le note a caso dall’urna, ha dilaniato anche questo piccolo pezzo di musica per bene.

Diamante che lo stesso De Gregori, dopo anni in addiaccio, si è divertito a riproporre, in chiave country, meno lenta, più pervasiva di ritmo. Sulle note che aveva indicato Zucchero, però, perché se il testo è del cantautore romano, la musica è del bluesman emiliano. Vi propongo entrambi i pezzi, il primo, il video della orginale suonata da Zucchero, l’altro di quella del suo padre genetico.

La canzone comunque è stata dedicata fin dall’inizio a Diamante Arduini Fornaciari, la nonna di Zucchero, la celebre frase «fai piano i bimbi grandi non piangono» sembra essere quella del nonno Adelmo, seguita dalla signora Fornaciari che lo chiama «Delmo, Delmo vin a’ cà…», scampoli di registrazioni che De Gregori, giustamente, nel suo live ha omesso. Sebbene sia molto affezionato alla Diamante di Zucchero, non posso non constatare la superiorità di quella di De Gregori. E voi quale preferite?

Diamante versione Zucchero (da Oro, incenso e birra, 1989)

Diamante versione De Gregori (Live, demo 2004)

Sidistef

Lucio Dalla – Live Rtsi (1978)

28 Giu

E’ l’Italia della speranza, un paese che, tra gioie e sofferenze, ha ancora la dignità di riuscire a guardare avanti, e del futuro intravede il passo da gigante che non avrebbe mai fatto. Questo è il contesto in cui si snocciola la carriera di Lucio Dalla, e questo è un frammento (purtroppo solo audio) del concerto che il cantautore bolognese eseguì davanti al pubblico svizzero della Rtsi.

Compaiono gran parte dei suoi grandi successi, tanti allora già conosciuti (4-3-1943, Piazza Grande) altri ancora sconosciuti al pubblico (Anna e Marco, Milano, Quale allegria), alcuni troveranno il loro titolo definitivo soltanto con l’uascita del disco Lucio Dalla. Emerge la vena da polistrumentista di Dalla, del suo istrionismo, assieme alla sua immensa vocazione alle collaborazioni tra artisti.

Infatti in formazione troviamo anche un giovanissimo Ron alla chitarra, e che si cimenterà anche nell’esecuzione del brano I ragazzi italiani, scritto con Dalla e De Gregori, e Vincenzo “Ricky” Portera alla solistica acustica ed elettrica, successivamente attivo con gli Stadio, oltre a diverse collaborazioni da session man, preciso, puntuale e con una leggera vena jazzistica. Lo si evince da un piccolo assolo che correda Piazza Grande.

Sidistef

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