Tag Archives: musica popolare

The Flowers Kings – You Don’t Know What You’ve Got (2000)

3 Giu

Il prog che si libera dai canoni “alti” di classica e jazz e si adagia su schemi assonanti alla musica popolare. E’ la chitarra acustica di Roine Stolt ad accompagnare questo fresco cammeo dei Flowers Kings, band portabandiera del neo prog svedese e uno dei massimi gruppi del rock progressivo europeo contemporaneo. You Don’t Know What You’ve Got, settima traccia di Space Revolver, è una canzone nel senso pieno del termine, buona per ogni palato e non per questo minore rispetto ad altri esempi di prog più complesso.

La musica Arbëreshë candidata all’UNESCO

3 Apr

Si è messa in moto la candidatura all’Unesco della musica Arbëreshë, gli “albanesi d’Italia”. Obiettivo: essere inserita nella lista dei Beni immateriali dell’Umanità. L’operazione lunga e complessa che ha condotto alla candidatura, è curata dall’associazione Rivista Kamastra che da molti anni si occupa delle minoranze linguistiche in Molise e, sostenuta da una rete di partner tra le due sponde dell’Adriatico, mira a mantenere vivi i rapporti storici e culturali tra istituzioni e popolazioni.

La storia degli Arbëreshë e del loro esodo in Italia affonda le sue radici tra il XV e il XVIII secolo, quando parte della popolazione proveniente dall’Albania e da comunità albanofone della Grecia, si stanziò in Italia a seguito della morte dell’eroe nazionale albanese, Giorgio Castriota Skanderbeg, e alla conquista progressiva dell’Albania e di tutto l’Impero Bizantino da parte dei turchi ottomani.

Gli Arbëreshë oggi rappresentano una delle tantissime minoranze etniche che compongono il nostro paese. Si trovano tra la Puglia, il Molise, la Basilicata, parte dell’Abruzzo e della Campania, parlano l’arbërisht, antica variante del tosco, dialetto albanese parlato nel sud dell’Albania, e tutelato dalla legge n. 482/1999 in materia di minoranze linguistiche storiche. La loro musica tradizionale, ovviamente cantata in arbërisht, risulta incomprensibile all’italiano, meno dagli abitanti italiani del luogo. Tanto che al primo ascolto, in parte risulta evidente la peculiarità di strozzare l’ultima sillaba delle parole, tipica dei dialetti del Meridione, e in particolare della Puglia.

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Clifton Chenier – Yesterday (I Lost My Best Friend) (1955)

31 Ott

Ritorno sullo Zydeco, per non dimenticarlo mai, questo particolare stile di blues, con tutta la sua storia, che ora non sto qui a ripetere (se volete leggete qui). Ma anche il suo genio incontrastato, quello di Clifton Chenier. Beh, uno dei miei primi post, ormai un anno e mezzo fa, fu proprio su questo bluesman della Louisiana, farcito poi da un commento del buon Foxtrot che si lamentava del francese come lingua «poco adatta alle spigolosità del blues».

Su questo fronte continuo a non vederla come te, caro Foxtrot, ma per regalo ti pubblico oggi questa Yesterday (I Lost My Best Friend), tratta dall’album del 1955: Zodico Blues & Boogie. Qui Chenier canta in inglese, anzi, in americano della Louisiana. Aggiungo una nota: quando ci si abitua all’ascolto di Clifton Chenier, accade che poi, sia in francese che in inglese a mio avviso la differenza non si percepisce quasi per niente. È questa la bellezza del suo francese, piaccia o meno, comunque particolare.

Un popolo, i suoi strumenti, i suoi artisti

27 Apr

Istruzioni per l’uso:
1 – Far partire il video (occhi chiusi e casse accese, mi raccomando!!!)
2 – Attendere pochi secondi
3 – Iniziare la lettura
4 – Se il brano dovesse risultare troppo breve per accompagnare la lettura, troverete aiuto in fondo al post!!

Esistono sonorità che riescono tramite soltanto pochissimi secondi a generare nella mente di chi ascolta, immagini ed associazioni inequivocabili…poche note, una tecnica particolare, uno strumento “bizzarro” o perfettamente caratteristico…possono essere tanti gli indizi che danno il via a tutta quella serie di finissimi processi mentali che alla fine confluiscono tutti in una parola, una descrizione.
E “vi sfido” (se avete seguito le istruzioni) a contraddirmi se dopo massimo una decina di secondi di note profuse dal vostro impianto, quella parolina magica in questo caso non ha a che vedere con “Hawaii“.

A volte, soprattutto quando si prendono in considerazioni tutti i microcosmi esistenti nell’universo musicale, riconoscere un genere musicale o trovare quella sottigliezza che fa pendere l’ago da una parte piuttosto che da un’altra, non è affatto impresa semplicissima…ma dal vortice delle definizioni musicali ci sono alcune eccezioni che riescono a fuoriuscire in maniera limpida e lampante, senza possibilità di errore; in questo senso la Musica etnica e popolare hawaiana è uno degli esempi più evidenti.

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Harmonium – Si on avait besoin d’une cinquième saison (1975)

6 Apr

Artista/Gruppo: Harmonium
Titolo: Si on avait besoin d’une cinquième saison
Anno: 1975
Etichetta: Polygram

In parte stanco del duopolio Italiano-Inglese che infarcisce la maggior parte di ogni buona discografia di un appassionato di Musica e spinto dalla voglia di “testare” idiomi diversi in quello che è il mio genere musicale prediletto, tempo fa mi imbattei in questo album degli Harmonium, gruppo Canadese e di lingua Francese.
Ispirato e dedicato a “Le Quattro Stagioni” di Antonio Vivaldi al punto da essere divenuto noto tra gli appassionati del settore con il nome di Les Cinq Saisons (Le Cinque Stagioni), Si on avait besoin d’une cinquième saison, tradotto letteralmente in “Se avessimo bisogno di una quinta stagione”, ripercorre nelle sue prime quattro traccie il rincorrersi dei quattro cicli durante lo scorrere dell’anno (nell’ordine: primavera-estate-autunno-
inverno), per poi sfociare nella suite finale Histoires Sans Paroles che proietta l’ascoltatore verso una immaginifica quinta stagione attraverso un delicato brano interamente strumentale contornato da vocalizzi del cantante Judi Richards.

Ciò che balza per primo all’orecchio di chi scopre questo album sono i chiari riferimenti alla Musica tradizionale e folkloristica francese (in particolare nel secondo brano Dixie) e la totale assenza di batteria o strumenti a percussione, eccezion fatta per una grancassa suonata in maniera quasi impercettibile e molto discreta dall’Italo-Canadese Serge Fiori, leader della band…ma quella che può sembrare una scelta particolarmente azzardata per un gruppo che si cimenta nel Progressive Rock, diviene gradualmente il punto di forza della composizione elevando il tutto ad una sorta di aria più che di album Rock.
Si on avait besoin d’une cinquième saison è il secondo dei tre album che compongono la discografia studio del gruppo Canadese e segna il passaggio intermedio in una maturazione, breve a dir la verità, che porta il gruppo ad abbandonare lo stile più folk e leggero del primo album omonimo e ad avvicinarsi a grandi passi verso un stile più Prog; passaggio che poi diverrà ancor più evidente nella loro terza ed ultima opera L’Eptade.

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Artisti Vari – Riga Dimd (2005)

4 Apr

Artista/Gruppo: Vari
Titolo: Riga Dimd
Anno: 2005
Etichetta: Upe Records

Questa recensione è frutto dell’ascolto di un souvenir da un viaggio in Lettonia che feci due anni fa. Un cd (perché chiamarlo album sembra azzardato) che raccoglie una sequenza di brani tutti dedicati alla capitale di questo piccolo e freddo paese del baltico, Riga.

Il titolo infatti, Riga dimd, significa proprio “canzoni di Riga”. Impossibile trovarlo su internet, scaricare anche solo la prima parte delle tracce per farsi un’idea. Introvabile se non (azzardo con presunzione) a casa del sottoscritto.

Impossibile pure non fare un piccolo accenno di storia di questa città multiforme, assonnata, gelida e allo stesso tempo piena di calore. Fondata nel 1201 Riga fu una città molto ambita dalle diverse potenze europee, passò più volte sotto diversi domini, tra cui quello dello stato che forse più di tutti gli ha conferito un aspetto tipicamente europeo, la Prussia. È solo nella sua storia recente che Riga e l’intera Lettonia sono finite per essere inglobate all’ex Unione Sovietica.

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Yo Yo Mundi – Percorsi Di Musica Sghemba (1996)

30 Mar

Artista/Gruppo: Yo Yo Mundi
Titolo: Percorsi Di Musica Sghemba
Anno: 1996

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La musica italiana ancora al centro delle mie riflessioni. Ma stavolta parliamo di folk. Non di musica popolare in senso pieno del termine, quanto delle influenze che le perlustrazioni stilistiche del nostro paese hanno conferito negli anni a questo genere. Dalla canzone dei popoli, alla canzone per i popoli. Gli Yo Yo Mundi sono un gruppo che nasce sul finire degli anni Ottanta e che durante la loro decennale carriera si mescola con artisti e gruppi anche precedenti, dai CCCP ai CSI, ai Per Grazia Ricevuta. Questo è il loro secondo lavoro e segue quello dell’album d’esordio La diserzione degli animali del circo.

Evidenti al primo ascolto le tendenze che a questo genere è debitore il rock alternativo, politico, impegnato, di band quali i Marlene Kuntz. In questo caso però avviene l’opposto e sono gli Yo Yo Mundi ad esser più che inclini alle sonorità della band cuneese, di cui il bassista Gianni Maroccolo ne è il tramite avendo con loro lavorato nei primi anni Novanta, quando gli YYM vagavano tra pub e autoproduzione. Fin dal titolo si definisce la scelta stilistica di questo album, dove si alternano suoni vaghi, mai generi definiti se non le distorte chitarre stile Catartica. La chitarra e la voce di Paolo Enrico Archetti Maestri fanno il bello e il cattivo tempo.

Nel senso che in alcuni brani conferiscono melodia e scioltezza, mentre ad altri si soffermano in vere e proprie stasi di autolesionismo: difficili da assimilare per esempio quelle tipiche riflessioni poetiche che si alternano a pezzi più dinamici e rock. C’è anche a chi piace. Ma in questo caso si tratta di una band molto impegnata politicamente, su un filone ben noto e in continua evoluzione del Combat Folk, quello dei Modena City Ramblers (ma con esiti del tutto diversi) e dei Têtes de Bois. Proprio da quest’ultima band romana e dalla voce di Andrea Satta gli YYM traggono spunto.

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