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Rachel Arieff, la regina dell’Anti-Karaoke

22 Feb

Basta con le tipe frigide che abbozzano il falsetto per l’ultima canzoncina di Emma, basta con i coatti che li senti canticchiare in canottiera fetida Ti Amo di Pappalardo mentre tu vorresti scolarti la birra e tirargli il bicchiere in piena fronte. Basta.

Basta col Karaoke. L’ho sempre pensato. E devono averlo pensato anche in Spagna, da dove nasce l’Anti-Karaoke.  Tutto rigorosamente made in Spain: «El ùnico karaoke “andergraun” de Barcelona. Finally, a Karaoke that doesn’t suck!».

E di che si tratta? Boh, ancora non l’ho capito bene, soprattutto non capisco a che serve una cassetta da lettere, ma mi sembra secondario e comunque , come riporta Thriller Magazine.es, resta opzionale.

Gli ingredienti essenziali sono invece quattro. Primo: mettere in sala una folla sfrenata di schizofrenici, ubriachi (o vogliosi di diventarlo al più presto), amanti del chiuso soffocante e dei colori. Secondo: metti sul palcoscenico una più matta di loro, che a ogni canzone cambia abito e anche se è stonata tiene il palco e balla come una diva. Terzo: dai al pubblico la possibilità che lei (e soltanto lei) canti le canzoni che loro (e soltanto loro) hanno deciso di richiederle. Quarto (but not least): proibisci qualsiasi richiesta che non sia rock, heavy metal o pop-rock internazionale.

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Pangea, Pangée, dove la musica non ha confini

15 Dic

A scuola fu una delle teorie scientifiche che più mi colpì: la Pangea. Mi sembrava impossibile che quei continenti oggi così distanti tra loro, milioni di anni fa fossero uniti in un unico blocco. “Pangea” ha illuminato le nostre menti e unito idealmente l’umanità in un solo grande passato comune. Oggi esistono associazioni che portano quel nome e che tengono assieme culture apparentemente lontane, che probabilmente un giorno, ancor più remoto, torneranno a riavvicinarsi. Sembra assodato che tra circa 5 miliardi di anni il sole si spegnerà e con lui la vita, ma la terra sembra destinata a mutare molto prima della fine dei nostri giorni. Sull’ordine dei milioni di anni (50, 100, 250 al massimo), i continenti dovrebbero tornare a come erano prima, un unico grosso “pallettone” di terra, con l’Africa che abbraccerà l’America, l’Europa, l’Asia, e così via. Pangea Ultima, la chiamano.

Parlando di musica, dalla teoria della Pangea prende il nome anche questo gruppo canadese, i Pangée, che pubblicarono un album nel 1995 e poi fecero perdere le loro tracce. Si tratta di un gruppo progressive, il cui disco Hymnemonde, stando alla recensione che leggo su Progarchives, trae ispirazione dai King Crimson (non mancano mai…), ma anche (e qui si fa interessante), dagli Anekdoten. Oh, li ricordate gli svedesi? Sia chiaro, non lo dico io stavolta, ma Mellotron Storm, che addirittura dà 4 stelle ai Pangée, definendoli una gemma degli anni Novanta, dopo aver trovato questa vaga somiglianza: «PANGEE were a band out of Quebec who released this one album in 1995. The attraction for me was all the KING CRIMSON and ANEKDOTEN comparisons, but while the angular guitar does bring those bands to mind i’m surprised at how original these guys sound».

Ecco, i Pangée non li ho ancora approfonditi benissimo, giacciono lì nella mia vasta collezione di dischi liquidi (credo siano usciti fuori anche loro dalla poderosa “Masterpiece of Progressive”). Conosco senz’altro meglio gli Anekdoten, che li ho anche recensiti, beccandomi insulti e poi scuse. Avevo ragione a quanto pare, perché di King Crimson ce n’è, poco ma ce n’è. Magari ascoltiamoci meglio anche i Pangée, e soprattutto, venendo prima degli Anekdoten, fosse appurata la teoria dell’ispirazione, colpisce che nella musica, come nella Pangea, confini non esistono, e quattro ragazzi svedesi possono trarre impeto da tre colleghi canadesi distanti migliaia di chilometri.

Musicoterapia da strapazzo

27 Giu

La musica è benessere, lo abbiamo sempre sostenuto, come potrebbe essere altrimenti? Poco tempo fa ne abbiamo anche segnalato alcune applicazioni. Per non parlare degli stimoli positivi che ogni singola parte del corpo trae all’ascolto di ogni strumento. Ma a volte, come spesso accade in questo strano, pazzo, ingiusto mondo, anche in ambiti insospettabili come il far vibrare una corda o l’emettere un do con il clarinetto, alla fine anche la musica può diventare strumento di violenza. In questo caso, quando viene ripetuta per ore e ore, ogni giorno, sempre la stessa, diventa ancor peggio: tortura. E non è un modo dire.

È quello che ho scoperto vedendo il documentario Gitmo, in cui Eric Gandini cerca di approfondire cosa accade all’interno del centro di detenzione di Guantanamo Bay. Sono rimasto esterrefatto quando un testimone, un ex detenuto, parla di un nuovo modo di strappare informazioni ai prigionieri. Non bastavano più il “water-washing”, l’uso di cani, e tutte le altre schifezze bandite dalla Convenzione di Ginevra. Adesso usano anche la musica come strumento di persuasione. Il ragazzo, Jamal, conferma: «Viene utilizzata sempre la stessa musica, per ore ed ore, la stessa identica musica, a Guantanamo come ad Abu Graib». Non comodi su un divano, o in auto, no. Loro stanno ad ascoltarla in celle frigorifere a meno 13 gradi, con un sergente che gli punta dritto il mitra in bocca. Oppure vengono tenuti bloccati in piedi per 8-10 ore.

Secondo l’intelligence Usa, far sentire sempre la stessa musica contribuisce ad assopire la parte del cervello deputata alle reazioni e alla resistenza. Quindi, meno reattivi i prigionieri, più predisposti a sputare il rospo. Jamal cita anche generi e artisti utilizzati, che lui, come moltissimi altri suoi compagni di cella, avrà sentito per giorni e giorni, mesi e mesi, ininterrottamente, almeno da quando, tra il 2002 e il 2005, il governo Bush decise di inasprire le modalità di coercizione forzata delle informazioni. «Tanto, tanto hip hop – dice Jamal -, poi ricordo un brano dei Fleetwood Mac (Illume 9/11 per caso?, nda) e anche Kris Kristofferson». C’è anche Enter Sandman dei Metallica (leggete qui), lasciata suonare con una cacofonia assordante.

Mai come oggi credo dunque sia azzeccata la categoria di questo post, perché – difficile a credersi – ma è successo (e succede tuttora) anche questo…

EXTRA|Il lato sexy della musica

15 Apr

Certo, ci sta. Ci sta che la musica si mescoli con l’estetica. Come si evince da alcuni giudizi (secondo me anche un po’ di parte), su artisti che magari non hanno grande talento musicale ma compensano con l’appeal. Mi viene in mente il classico “è simpatica…” a parziale risposta su “ma è bella?”. Ci sta, e deve starci: se il rock si fa portavoce del sesso oltre che della droga non si può ignorare nemmeno il fascino delle sue interpreti. Ho sempre sostenuto di essere un tipo di difficile assimilazione delle voci femminili. Ma una di quelle che mi emozionano ogni volta che la ascolto è Janis Joplin.

Questa effimera creatura mezza bionda e mezza rossa, esuberante sul palco quanto indecifrabile per quel suo timbro tra il blues e qualcosa di mai ascoltato prima, codice naturale di progresso, evoluzione, una teoria diventata in breve una formula. Janis, dal piedino all’insù, sguardo azzurro rapito, tremendamente sexy per la stragrande maggioranza dei sessantottini veri, se è vera (ne dubito ma non me ne sono mai convinto del tutto) la teoria della genetica criminale, e dunque anche di quella musicale, lei è l’incarnazione dello stereotipo della sessual-singer. Su questo non ci sono dubbi.

A me ne piacciono più altre, molto più di lei, anzi, direi che Janis non mi ha mai tirato abbastanza, forse per via delle foto successive pubblicate in album cult come Pearl, in cui già tradisce un volto tondo, cicciotto e molto poco sexy.

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EXTRA|Musica a scuola, la proposta De André

10 Mar

Lo scorso 7 marzo, il quotidiano “L’unione Sarda” pubblicava un articolo di Daniele Barbieri su «De André a scuola», che «parola più, parola meno», è stato poi ripubblicato oggi sul blog dell’autore.

Di cosa si tratta? Una recensione del libro De André a scuola, di Massimiliano Lepratti, dove l’autore scruta gli aspetti molteplici del cantautore genovese, immaginando la sua opera (musica, testi, citazioni) come un interessante compendio per studenti e insegnanti.

L’utilizzo didattico di un musicista popolare, che con le sue canzoni impegnate ha aperto tutto un filone di artisti rinnegati, o per meglio dire, profani. Ma il buon De André potrebbe essere utile a scuola anche per le sue tante lezioni di storia che nei suoi testi vi si possono evincere con limpida chiarezza. Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, per esempio, che venne scritta a quattro mani con Paolo Villaggio. De André non è l’unico, anzi, si potrebbero citare anche Guccini, De Gregori, Dalla, tutti avvezzi a raccontare date ed eventi. De André, dal carattere più eziologico, sarebbe allora l’ideale per gli studenti di primo e secondo, mentre un Guccini d’annata, già il primo, è un ottimo materiale su cui preparare Dopoguerra e ’68.

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EXTRA|Promozione a costo zero mettendoci la faccia, quando il blog lo fa la casa discografica

8 Feb

Ci sono tanti modi per usare la blogosfera quando si parla di musica. C’è chi come noi critica e recensisce, c’è chi pubblica foto di concerti, chi invece copia e incolla recensioni altrui. Chi si diverte a provocare, chi al contrario si aspetta di esser provocato. In questo marasma di input c’è anche chi usa il blog per promuovere un proprio album, la sua band, chi apre una casa discografica e usa il web come vetrina. Da commerciante val la pena provare, e i risultati non sono da sottovalutare: promozione senza limiti a costi zero. In tutto il mondo!

Un esempio? Helikoniamusic’s blog, Il blog della casa  discografica Helikonia, nata nel 1992 a Roma, e che dal settembre scorso promuove on line la sua produzione e post-produzione di artisti di vari generi musicali. Questo è proprio il caso in cui il termine Indie è azzeccatissimo.

Credo sia interessante fare un salto su questo sito e rubacchiare, per quel poco che è stato pubblicato finora, nomi e titoli di album difficilmente reperibili sulla grande piazza. E se ne trovano di originalissimi e piuttosto interessanti. Si va dal bossa nova cantato in dialetto barese di Dario Skèpisi, all’etno-jazz e alla sperimentazione del berbero Nour Eddine. Proprio Nour Eddine, il prossimo 12 febbraio si esibirà all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

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Sfruttiamo di più il web2.0

19 Gen

Cosa pensano gli altri utenti dei Soulwax? C’è qualcuno che ha recensito Heart of the Saturday Night di Tom Waits? E ancora, è apprezzato veramente Godbluff dei Van Der Graaf Generator? E i Gotic si conoscono abbastanza? Cosa ne pensa l’utente ungherese dei Tükrös Zenekar, li avrà veramente apprezzati come è accaduto per il sottoscritto?

È da queste, e altre mille domande, che nasce in me l’idea di dare voce al web, quello aperto al gusto e alle novità musicali, quello di lettori/utenti che come noi hanno, nella scoperta, carpito il fine ultimo della creatura più infinita che mai abbia conosciuto, la musica.

Ciò che propongo è una cosa nuova, la quale studiando un po’ le dinamiche del web ho da subito compreso l’importanza. Sto parlando dell’esigenza di aprirci agli altri siti, perché una rete (si chiama web, no?) è tale solo se tutti i fili si vanno ad intrecciare. E se restiamo chiusi in noi il nodo non sarà mai così stretto. Direi allora che è giunto il momento di aprire la finestra e guardare fuori che tempo fa, che dice la gente, cosa ne pensa di un album, linkare anche gli articoli degli altri, ragionarci su, provare ad allestire un dialogo indiretto tra autori (e ascoltatori di musica). Un modo interessante anche per consigliare non solo musica da ascoltare ma anche articoli e siti magari a noi sconosciuti. Una pratica che non può, e non deve, mettere in secondo piano il nostro intento ultimo, e mi pare che in questo (quasi)anno di vita, Book Of Saturday abbia dato prova di grande duttilità e varietà di temi. Non si tratta quindi di un modo per svicolare dalla nascita di nuove idee, ma soltanto fornire nuovi strumenti di conoscenza (se è vero che questa, e soltanto, è la nostra missione ultima…). Di che si tratta?

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EXTRA|Jelly Roll Morton, il “re del jazz”. 1926-28

6 Giu

Ascoltare Jelly Roll Morton è un piacere estatico, i migliori jazzisti del panorama dixieland di New Orleans suonavano nel giro di Ferdinand, detto “re del jazz”. Anzi questo appellativo se lo diede da solo, una volta, entrato negli studi di registrazione della Melrose Brothers Music Company, disse: «Sentite cosa ho da dirvi: io sono Jelly Roll Morton di New Orleans e sono il creatore del jazz».

Da creatore a re il passo fu breve, tanto che appena montato sul seggiolino, con il pianoforte tra le mani, convinse tutti che non stava barando. E se proprio vogliamo togliergli la corona (più per la sua antipatia che non per la bravura, questo è fuor di dubbio), almeno merita un ministero di primo piano.

I fratelli Melrose lo scritturarono subito e, trasformando il suo cavallo di battaglia Wolverines in Wolverine Blues gli regalarono il successo e la fama per l’eternità. Si tratta di una pièce di piano in perfetto stile ragtime, sulle tracce di Scott Joplin e James P. Johnson. Ecco perché “Roll”, perché iniziò con i piano rolls, quei nobili e nostalgici rotoli di pezza cartacea che, come i carillon, se incisi mentre si suona possono far si che il piano poi vada da solo riproducendo esattamente lo stesso suono anche senza pianista. Materiale d’archivio che è servito a recuperare tante performance che oggi sarebbero andate perdute o comunque a restaurarle.

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EXTRA|Nascita e tramonto di un’era. Viaggio nello swing

20 Mag

Dagli albori degli anni ’30, lungo tutti i Fifties, sono praticamente 30 anni. Quante cose sono cambiate in quei trent’anni, quando si iniziava a parlare di swing, fino al suo naturale declino, dal secondo dopoguerra al consolidamento della guerra fredda, alla nascita del bop e del rock and roll. 30 anni: 1930-1960. Quanti ne può vantare un genere musicale invecchiato, in parte avariato, soppiantato da un jazz che nella seconda parte del Novecento ha conosciuto percorsi variegati e maggiormente fecondi, ma allo stesso modo comunque geniale. Swing, dunque. Lo ripeterò mille volte, perché estetico, perché suona bene, semplicemente perché è la base del moderno jazz, i suoi antipodi e il suo antesignano allo stesso tempo.

C’era solo quella, di musica, allora? No. Ma il jazz andava per la maggiore, il blues teneva il passo ma con affanno. Non è un caso che la maggior parte delle colonne sonore dei film di allora erano tutte arrangiate da orchestre jazz. Swing, per la precisione. Una storia di uomini, di pubblico, di affari, tra gangster e locali all’ultimo grido. Tre città, un crocevia: New York, Kansas City e Los Angeles. L’America paradiso e crogiuolo di immigrati da ogni parte del mondo, il New Deal di Roosevelt, la bomba atomica e il primo grande freddo con l’Urss. Una parabola che ci porta a ridosso di cambiamenti profondi di mentalità, poco dopo arrivarono i Beatles. E Charlie Parker era ormai roba da intenditori, roba alta, “da vecchi” dicevano i giovani del popolo.

Lo swing ha segnato un’epoca, lo ha fatto con i suoi pregi e i suoi difetti. Lo ha fatto attraversando le mode del momento, affermandosi tra le due sponde dell’Oceano, le più ricettive, l’America da un lato, l’Inghilterra (e in parte la Francia) dall’altro. Lo “swing mode” ha segnato l’avanzata della musica all’interno del contesto sociale di alto grido. Lo ha fatto influenzando i gusti dei musicisti, a loro volta condizionati dal gusto di chi li andava a seguire da vicino, della gente amante della musica, di quel tipo di musica e basta.

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Keith Jarrett – The Köln Concert (1975)

18 Mag

Artista/Gruppo: Keith Jarrett
Titolo: The Köln Concert
Anno: 1975
Etichetta: ECM

Un uomo curvo sul proprio pianoforte…curvo il più possibile a formare un unica entità tra l’essere umano e lo strumento che ne è la naturale prosecuzione…la testa abbassata fino a sfiorare il corpo del pianoforte, a fondere ancor di più questo legame, a sussurrare ogni intenzione, ogni variazione, ogni cambio di ritmo…un groviglio inestricabile di capelli ad impedire che anche la più piccola idea musicale possa provare a scappare e non tornare più…perché ognuna di esse è fondamentale e sarebbe un sacrilegio non offrirla all’udito esigente di tutta quella prole di fedelissimi che vivono sulle note leggiadre di questo immenso artista.

Basta dare uno sguardo all’immagine della copertina di questo album per percepire il feeling particolare che c’è tra Keith Jarrett e il suo compagno di mille avventure e di mille racconti, per capire che questo album ha veramente qualcosa da dare, fino in fondo…e a noi privilegiati non resta che ripetere quelle poche, semplici operazioni che intercorrono tra il desiderio e l’inizio della Musica, per regalarci ogni volta che vogliamo o che ne abbiamo bisogno, un momento di benessere mentale come solo la grande Musica sa donare.

Ma sebbene questa unione può apparire alla vista e all’ascolto così perfetta ed idilliaca, cela dietro di sé tante piccole cose che la rendono ancora più unica, soprattutto per chi conosce certi aspetti quasi estremisti dell’ex alunno della Berklee School of Music…un personaggio che esige la perfezione sotto qualsiasi aspetto anche lontanamente legato ad una sua esibizione, una cura quasi maniacale di tutta quella miriade di sottigliezze che ruotano intorno allo strumento, al palco, al backstage, al pubblico, all’atmosfera, fino ad arrivare al divieto assoluto di fumare, effettuare riprese o scattare fotografie durante l’esecuzione o addirittura al pretendere una determinata temperatura, sempre costante, nella sala dove si terrà il suo concerto…tante cose che un artista “normale” neanche noterebbe o stenterebbe ad inquadrare come una eventuale problematica; ma il pianista statunitense è così, prendere o lasciare, amare o odiare.

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