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Johnny Dodds – The Chronogical Classics 1927-1928 (1991)

17 Giu

Biennio 1927-28: New Orleans. Siamo di nuovo nella città del jazz, e il disco che vi segnalo oggi racconta il clarinettista Johnny Dodds. Arrivato da giovane a  New Orleans, Dodds iniziò a suonare nei Dixieland Jug Blowers. Mentre questo disco che la Chronological Classics pubblicò nel 1991 rappresenta la testimonianza dell’attività di Dodds nel periodo  successivo al suo esordio negli Hot Five di Louis Armstrong. Sono 24 tracce, con registrazioni relative a più formazioni in cui l’unico ad esserci sempre è proprio Johnny Dodds. Dai Jimmy Blythe’s Owls ai Johnny Dodd’s Black Bottom Stompers, e poi ancora brani dei Chicago Footwarmers, dei Dixie-Land Thumpers, fino ai Jimmy Blythe’s Washboard Wizards, la Original Washboard Band con Jasper Taylor alla washboard, e infine il Johnny Dodds Trio composto oltre che dal clarinettista anche dai pianisti Bill Johnson e Charlie Alexander, mentre nell’ultima traccia a suonare la washboard è il fratello di Johnny, Baby Dodds. Vi consiglio di ascoltarlo, magari leggendo la particolare storia di Natty Dominique, il cornettista bianco presente in alcune registrazioni con i Black Bottom Stompers e con i Chicago Footwarmers. Quest’ultima la formazione più interessante, con un cast che prevedeva un quartetto mobile composto anche dal trombettista George Mitchell, dai trombonisti Kid Ory e Honore Dutrey, dal pianista Jimmy Blythe e dal bassista Bill Johnson.  Tra i brani, storici pezzi come Have MercyCome on and Stomp, Stomp, Stomp (di Fats Waller), Ballin’ the Jack, Brown Bottom Bess e Blue Clarinet Stomp.

EXTRA|Natty Dominique, storia di un facchino swing

10 Mag

Nel 1940 Anatie “Natty” Dominique, il trombettista divenuto celebre per aver suonato nella band di Johnny Dodds, fu costretto ad abbandonare la scena a causa di una malattia al cuore*

Chicago’s Midway Airport, 1940. Uno stuolo di Douglas DC-3 in fila indiana e pronti a spiccare il volo. Gli Usa ancora non sono in guerra, ma la vita dell’America libertaria viaggia lo stesso verso lo sviluppo, e i voli tra poco si divideranno tra i bombardamenti nel Sud est asiatico e le rotte civili. Chicago’s Midway Airport, 1940. Subito dopo verrà Pearl Harbour, ma al Terminal ora è un formicolare di persone, valige, e sogni. C’è chi parte per la Grande Mela, i più facoltosi vanno ad abbronzarsi alle Hawaii: chi va, chi resta e saluta.

E ci sono i “redcaps”, i facchini. Loro non partono né salutano, loro aiutano trasportando i bagagli per guadagnare qualche scellino in più. Mezzogiorno, dietro l’angolo di fianco allo spaccio pubblico inizia ad udirsi un suono, due suoni, tre suoni, una melodia. Non è la radio in diffusione, che poi troppo spesso dava più brutte notizie che altro. No, è un uomo. Un uomo con la sua tromba. Un uomo bianco «medio», occhi sgranati, pelle raggrinzata dall’età e dalla malattia. Suona jazz, ma è in tuta da lavoro, in pausa tra un trasporto bagagli e l’altro. Non parla, difficile capire da dove viene. Sarà americano? E di che città?

L’appassionato di jazz lo noterebbe subito, il suo accento è lo stile: «New Orleans», grida il vecchio dal fondo del corridoio, stessa tuta, stesso cappellino rosso. «Vai Natty!», gli replica un ragazzotto brutto e lentigginoso. Natty, gli domanda un ragazzina alla mano della mamma. «Natty. Sì piccola, proprio così. Significa elegante. Io invece mi chiamo Jim, e tu?». Lei neanche rispose, era solo attratta dalle note di quella danza: era Some Day Sweetheart, uno dei primi brani incisi da Natty agli albori della sua carriera da musicista. L’aveva registrata appena entrato a far parte dell’orchestra di Jelly Roll Morton. Senza il piano del maestro rendeva lo stesso, anzi, forse era anche più bella, più proiettata verso il bebop, ancor prima che Little Jazz lo pensasse.

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