Tag Archives: pianisti jazz

Earl “Fatha” Hines – Honor Thy Fatha (1978)

20 Ago

Artista/Gruppo: Earl “Fatha” Hines
Titolo: Honor Thy Fatha
Anno: 1978
Etichetta: Drive Archive

La prima mirabilia che si nota appena partito Honor Thy Fatha è un pianoforte usato e volutamente approntato sull’impronta di uno strumento a fiato. È il cosiddetto trumpet-style che distingue il way to play di Earl Hines fin dai tempi in cui questo maestoso ed elegante pianista nero si affrancò dal seguire le tracce del padre (cornettista in una brass band) e cominciò a suonare il piano.

I suoi primi studi ed esibizioni di musica classica, contamineranno per sempre il suo modo di interpretare il jazz. Questo disco (che all’apparenza della copertina e per l’età avanzata) potrebbe sembrare anche uno dei tanti best of in circolazione ormai ovunque. E invece rappresenta una delle ultime registrazioni del pianista di Duquesne (Pittsburgh) prima della sua morte avvenuta nel 1983.

Stabiliamo subito uno spartiacque: per chi non conosce “Fatha” (letteralmente significa padre, father, soprannome affibbiato a Hines per le sue lunghe paternali sullo scorretto utilizzo degli alcolici), meglio partire dalle retrovie, dalla sua prima esperienza nell’orchestra di Luis Armstrong (tanto talentuoso che venne scelto per sostituire Lil Hardin, moglie del celebre trombettista, negli Hot Five), o nelle successive formazioni in coppia con il clarinettista Jimmy Noone.

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Herbie Hancock – Motormouth (1982)

13 Dic

Quando il jazz contamina e a sua volta viene contaminato. Siamo nel 1982 e Herbie Hancock decide che, dopo circa 30 album è ora di volgere i propri indirizzi stilistici verso ciò che spopola di più in quel tempo, la disco music. Il connubio tra pop, jazz, funky e soul genera uno dei dischi più criticati del pianista di Chicago, Lite Me Up! .

Formazione tra le più anonime, in cui la tastiera è completamente abbandonata e l’unico spunto è una costante linea di basso e la voce di Herbie distorta dal Vocoder. Motormouth, o qualsiasi altra traccia di questo periodo (alcune divennero delle hits in Usa come nel Regno Unito, quindi in Europa) è una specie di compromesso con il business, ma, vero anche, dopo tanti dischi di qualità, quasi un togliersi lo sfizio di confrontarsi con un’altra faccia della musica.

Con questo brano si apre (per quanto mi riguarda) un breve periodo di riflessione sull’incrocio tra musica pop, jazz e sul jazz fusion. Prossimamente un consiglio del giorno…

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