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Ray Charles – The Very Best Of Ray Charles (2000)

16 Dic

FrontNel panorama del blues, del gospel, del R&B, e anche del country si commette spesso un errore comune, si dimentica la figura di Ray Charles. Poliedrico e intelligentissimo pianista dalla spiccata eccentricità. Il suo nome richiama soprattutto la musica soul, Hit the Road Jack per esempio. Nota a tutti, splendente e vibrante nella sua brevitas di duetti con le coriste. Era solo il 1961, è ancora attualissima.

Ma Charles in quasi 60 anni di musica, ci aveva abituati anche a tante sfumature che rimane tuttora complicato stabilire quale fosse il genere da lui praticato. Vale la pena riascoltare allora la semi-natalizia I Can’t Stop Loving You, oppure Georgia on My Mind, e anche i tanti richiami che lo stesso James Brown, di una decade successiva, fece suoi per cavalcare il successo del soul/R&B.

Per capire Ray Charles (viste le immense pubblicazioni per lo più di singoli), vi consiglio la raccolta della Rhino Records (etichetta specializzata in retrospettive) e pubblicasta per la prima volta nel 2000 dal titolo non proprio originalissimo The Very Best of Ray Charles. Sicuramente più originale nel suo interno, con un interessante booklet che ripercorre i suoi anni alla Atlantic Records fin dai suoi esordi: dalla perdita della vista a 7 anni alla morte prematura della madre e la conseguente partenza per Jacksonville e i suoi esordi nei club di Seattle, poi di Los Angeles.

Stan Getz & The Oscar Peterson Trio – Ballad Medley (1957)

3 Ago

Medley comprendente Bewitched, I Don’t Know Why, How Long Has This, I Can’t Get Started, Polka Dots And Moonbeams. Un quartetto d’eccezione: il sassofono di Stan Getz e la classe cristallina dell’Oscar Peterson Trio, formato dall’immancabile pianoforte di Oscar Peterson, da Rey Brown al basso e Herb Ellis alla chitarra.

Senza la batteria, il suono del sassofono di Getz può esplodere tutta la sua maestosità, come gli altri strumenti trascendere sul piedistallo degli assoli. Ogni momento è un assieme. Da gustare in tranquillità, possibilmente di sera, rilassati e con un bicchiere di Cognac alla mano.

Rick Wakeman – Home Sweet Oklahoma (1971)

30 Mag

Piano Vibrations è uno dei dischi più controversi e ambigui della sterminata discografia di Rick Wakeman. Perché si tratta di sole cover, una serie di sessioni al pianoforte che ritraggono l’ex Yes sotto il profilo del musicista e non del compositore. Tra i brani più belli c’è Home Sweet Oklahoma di Leon Russell. Rispetto all’originale, il cantato di Wakeman abbandona il nasale di Luis ma allo stesso tempo affida quasi esclusivamente alla tastiera il compito della melodia. Nella parte di assolo, spicca un’anonima chitarra che non gode neanche di crediti ma che rende la versione meno po e più country blues.

Little Richard – Rock’N’Roll Legends (2008)

26 Set

Dici «Awop-Bop-A-Loo-Mop-Alop-Bam-Boom» e pensi subito a Tutti Frutti, quindi: Little Richard. Non ci sono altre spiegazioni, l’hanno cantata tutti, anche Paperino. Insomma, tutto giustifica il titolo di questa raccolta, l’ennesima, una delle più recenti, che io ho avuto lo scorso anno in regalo da mio cugino da un viaggio da Londra.

Come ogni volta accade, vanno tutti in crisi, e anche lui non sapeva che disco prendermi. Gli ho lasciato carta bianca: «Vai al piano di sopra a Hmv, non ti sbagli…». Mi ha riportato Rock’N’Roll Legends, una serie edita nel 2008 dalla Concord Records. Bene, ho detto, Little Richard mi mancava in cd. Poi, se volete conoscerlo meglio, questo spasmodico, pazzo, isterico («left» si definiva ai tempi dei suoi esordi) cantante e pianista di Macon, Georgia, un misto tra James Brown e i Beatles, allora ogni best of va bene. In questo ci sono tutte le più famose hits che lo hanno reso celebre, a tal punto che oggi in molti lo definiscono «the true king of r&r».

EXTRA|André Previn e Itzhak Perlman

27 Ago

Torniamo dopo qualche giorno di riposo e andiamo subito sul pesante. André Previn e Itzhak Perlman, il primo pianista di grande spessore, il secondo violinista tra i più importanti e mostruosi degli ultimi tempi. Mi colpisce soprattutto Perlman, per i suoi sfaccettati risvolti, si è cimentato in tutto, anche in un disco dedicato alle musiche di John Williams per il bellissimo Schindler’s List di Spielberg, colonna sonora premiata poi con l’Oscar nel 1994.

Come ogni violinista che si rispetti suona un violino storico e questa è una cosa che mi manda in solluccheri perché c’è tutta una storia dietro un violino, e chi non lo sa ignora l’albero genealogico e il pedigree, non solo del musicista ultimo possessore ma del suo maestro che glielo ha passato e i suoi maestri suoi avi. Perlman suona uno Stradivari Soil del 1714 (da Monsieur Soil che lo acuistò nel 1902), passato al violinista Yehudi Menuhin, maestro di Perlman che glielo regalò nel 1986.

Previn e Perlman sisono cimentati in The Easy Winners (1990) un disco interessantissimo, una rivisitazione dei più celebri brani di Scott Joplin, in cui il ragtime del maestro viene rielaborato con gusto eccellente da due musicisti classici che con il jazz si sono soltanto incrociati. Vedi Previn e alcuni suoi lavori con Benny Carter, Ella Fitzgerald o George Gershwin. Mentre Perlman, israeliano cresciuto all’Accademia di Tel Aviv ma trapiantato poi negli Stati Uniti fino a dirigere la Detroit Symphony Orchestra, ha anche collaborato con il grande Oscar Peterson.

Un’occasione per i lettori del Collettivo per cimentarsi in ascolti alternativi fino a lambire la classica partendo dal primo presupposto, quello di comprenderla dal lato degli esecutori. Di una trentina di brani tra i più famosi e pubblicati di Joplin, che nel tempo sono stati rivisti ed eseguiti a proprio piacimento da una schiera di musicisti. Partite da questi due, vi assicuro che lo sforzo sarà ricompensato da un ascolto asciutto, pulito, senza per questo rinunciare alla personale rivisitazione.

Sidistef

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