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Roy Orbison – Mystery Girl (1989)

28 Dic

Artista/Gruppo: Roy Orbison
Titolo:  Mystery Girl
Anno: 1989
Etichetta: Virgin

Roy Orbison - Mystery Girl - Front

Inizio questa recensione con una brevissima premessa: non mi ero mai trovato così in imbarazzo nell’avvicinare la descrizione di un album e del suo artista come stavolta con Mystery Girl di Roy Orbison. La spiegazione è semplice: non ho ancora capito di che stiamo parlando. Cos’è Roy Orbison, cosa è stato per la musica? Che genere è Roy Orbison? Per molti – anzi praticamente per tutti – è rockabilly, country rock, rock’n’roll. Con un po’ di onestà intellettuale anche pop rock. Mystery Girl appartiene molto più a quest’ultimo genere che non ai primi, ma gli influssi del passato in bianco e nero dell’Orbison di Crying si percepiscono ancora, grazie alla presenza di Tom Petty e Jeff Lynne tra gli strumentisti principali del disco.

Mystery Girl è un’immensa illusione, un sogno tra il profetico e l’incubo. Chi conosce già la storia di Roy Orbison avrà capito subito di cosa sto parlando. Provo a rinfrescare la memoria con pochissimi passaggi che sono come macchie indelebili nella biografia di questo artista. Si parte dalla perdita della moglie Claudette in un incidente stradale dopo due mesi di matrimonio nel 1966, e si prosegue con la morte di due dei suoi tre figli nel 1968 in un incendio che distrusse la sua casa a Nashville mentre era in tournée in Inghilterra. Due circostanze che segneranno per sempre Orbison, che se già era particolarmente predisposto alla depressione di lì in poi cavalcherà per sempre il cavallo dell’artista solitario e psicodrammatico.

Perché dico che Mystery Girl è un’illusione? Perché la prima traccia al contrario si presenta come un inno all’ottimismo. Si tratta della celeberrima You Got It, forse la hit più famosa di Orbison assieme a Pretty Woman: «Anything you want, you got it, Anything you need, you got it». Tutto ciò che vuoi ce l’hai, l’hai preso. Ecco il messaggio che voleva trasmettere Orbison. Ma poi il resto del disco? Si piega a un melancolico pessimismo musicale, alla Orbison appunto. Con colori sfocati, cupi, tristi.

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L’EMOCENSIONE | The Decemberists – The Tain (2004)

22 Mar

Artista/Gruppo: The Decemberists
Titolo: The Tain
Anno: 2004
Etichetta: Kill Rock Stars

Mi accade sempre con più frequenza di imbattermi in gruppi che si rifanno ad antichi testi. E se con i Popol Vuh eravamo al testo sacro dei Maya, stavolta, con i Decemberists ci troviamo di fronte a un racconto epico: Táin Bó Cúailnge (La razzia di vacche di Cooley). Il disco è senza titoli ma solo numeri romani, sei tracce legate in un solo brano di 18 minuti. The Taìn, che è una leggenda epica di origine irlandese, risalente alla notte dei tempi (I secolo a.C.), di cui restano solo due codici che affondano le loro radici al XII secolo.

Traendo spunto dal Taìn, i Decemberists – band statunitense affine al panorama Alternative/Indie Rock – costruirono il loro secondo Ep dopo 5 Songs: The Tain, appunto. E se Callimaco propugnava il concetto di “brevitas” in prosa, meglio non potevano fare i cinque “decabristi” di Portland. Diciotto minuti per raccontare la saga del toro Finnbhennach, che, emigrato dalla mandria della regina Medb a quella del re Ailill, dà vita a una guerra infinita e sanguinosa tra il Connacht e l’Ulster, difeso da un unico eroe, il diciassettenne Cúchulainn.

Le prime note basse di chitarra acustica sono il passo del toro che attraversa il recinto, il cantore allora illustra i temi principali della storia agli uditori, dall’alto di un masso, tra praterie verdi, e grattacieli. I personaggi sono accovacciati in una grotta, al caldo, avvolti in una feticcia sensualità: «She’s a salty little pisser with your cock in her kisser». Notizia shock, cambia tutto. Ma come? E l’epica, la poesia? Beh, gli antichi sapevano usare parolacce e offese meglio di quanto facciamo noi oggi. Dunque si entra nella fase II, l’urlo delle chitarre di Funk e Meloy di ledzeppeliana memoria (anche se non lo ammetteranno mai, si fanno grossi millantando influenze da gruppi impronunciabili…), subentra l’anacronismo americano, esce fuori anche Carlo Magno e l’M-5 (la metropolitana di Milano? Il missile francese? Bah).

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