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Rick Wakeman – Home Sweet Oklahoma (1971)

30 Mag

Piano Vibrations è uno dei dischi più controversi e ambigui della sterminata discografia di Rick Wakeman. Perché si tratta di sole cover, una serie di sessioni al pianoforte che ritraggono l’ex Yes sotto il profilo del musicista e non del compositore. Tra i brani più belli c’è Home Sweet Oklahoma di Leon Russell. Rispetto all’originale, il cantato di Wakeman abbandona il nasale di Luis ma allo stesso tempo affida quasi esclusivamente alla tastiera il compito della melodia. Nella parte di assolo, spicca un’anonima chitarra che non gode neanche di crediti ma che rende la versione meno po e più country blues.

Rachel Arieff, la regina dell’Anti-Karaoke

22 Feb

Basta con le tipe frigide che abbozzano il falsetto per l’ultima canzoncina di Emma, basta con i coatti che li senti canticchiare in canottiera fetida Ti Amo di Pappalardo mentre tu vorresti scolarti la birra e tirargli il bicchiere in piena fronte. Basta.

Basta col Karaoke. L’ho sempre pensato. E devono averlo pensato anche in Spagna, da dove nasce l’Anti-Karaoke.  Tutto rigorosamente made in Spain: «El ùnico karaoke “andergraun” de Barcelona. Finally, a Karaoke that doesn’t suck!».

E di che si tratta? Boh, ancora non l’ho capito bene, soprattutto non capisco a che serve una cassetta da lettere, ma mi sembra secondario e comunque , come riporta Thriller Magazine.es, resta opzionale.

Gli ingredienti essenziali sono invece quattro. Primo: mettere in sala una folla sfrenata di schizofrenici, ubriachi (o vogliosi di diventarlo al più presto), amanti del chiuso soffocante e dei colori. Secondo: metti sul palcoscenico una più matta di loro, che a ogni canzone cambia abito e anche se è stonata tiene il palco e balla come una diva. Terzo: dai al pubblico la possibilità che lei (e soltanto lei) canti le canzoni che loro (e soltanto loro) hanno deciso di richiederle. Quarto (but not least): proibisci qualsiasi richiesta che non sia rock, heavy metal o pop-rock internazionale.

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Boat To Row – A Boat to Row, to Row to You (2011)

22 Giu

Fresca fresca di pubblicazione, A Boat to Row to Row to You, ultima fatica di questa band sconosciutissima, i Boat To Row, che ho scoperto spulciando il blog Happy Days Are Here Again.  Ho dato un’occhiata al sito e mi sembra che il gruppo promuove album solo on-line. Questo in particolare, in formato Flac, costa 1,58 sterline. E’ il terzo disco pubblicato in poco più di un anno.

Si tratta di un folk-indie-rock di matrice anglo-americana. Influenze? Per quanto possa avere senso, a me ricordano molto i Decemberists, stessi arrangiamenti, stesso cantato, addirittura stesso stile di copertina.

EXTRA|Perché tanta attenzione per gli Abba?

14 Feb

E’ vero. Ogni volta che ci troviamo in un negozio di dischi, o a un mercatino dell’usato, possono scarseggiare i Beatles, puoi faticare a trovare i Rolling Stones, magari i Led Zeppelin sono del tutto assenti, ma c’è quel gruppo dal nome palindromo che non finirà mai di guardarti mentre tu sei lì che ti chiedi: «Ma che cavolo avranno mai fatto di buono questi per meritare cotanta attenzione anche a distanza di anni». Ebbene, stiamo parlando, ovvio, degli Abba.

Chi di voi, almeno una volta nella vita, non si è imbattuto in un qualsiasi rifacimento della celebre Dancing Queen? E chi di voi per una volta almeno nella vita, scartando i dischi alla sezione “a” di un qualsivoglia negozietto di musica, non ha maledetto questi Abba che occupano tutto lo spazio della prima lettera dell’alfabeto ridimensionando Aerosmith, Allman Brothers, Animals, ecc. in un gruppetto di miseri mortali gregari?

E poi, ammettetelo, quelle scritte una volta così glam, un’altra così Sixties, quanta tentazione di comprare un Ring Ring o un Waterloo quando non siamo convinti di altro. Insomma, non nego che a volte gli Abba mi hanno fatto vacillare, sono salvo ancora per miracolo, e forse dopo questa riflessione avrò già messo ordine nel cervello e la prossima volta che il negoziante mi consiglia gli Abba ce lo mando.

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Herbie Hancock – Motormouth (1982)

13 Dic

Quando il jazz contamina e a sua volta viene contaminato. Siamo nel 1982 e Herbie Hancock decide che, dopo circa 30 album è ora di volgere i propri indirizzi stilistici verso ciò che spopola di più in quel tempo, la disco music. Il connubio tra pop, jazz, funky e soul genera uno dei dischi più criticati del pianista di Chicago, Lite Me Up! .

Formazione tra le più anonime, in cui la tastiera è completamente abbandonata e l’unico spunto è una costante linea di basso e la voce di Herbie distorta dal Vocoder. Motormouth, o qualsiasi altra traccia di questo periodo (alcune divennero delle hits in Usa come nel Regno Unito, quindi in Europa) è una specie di compromesso con il business, ma, vero anche, dopo tanti dischi di qualità, quasi un togliersi lo sfizio di confrontarsi con un’altra faccia della musica.

Con questo brano si apre (per quanto mi riguarda) un breve periodo di riflessione sull’incrocio tra musica pop, jazz e sul jazz fusion. Prossimamente un consiglio del giorno…

Garbage – Version 2.0 (1998)

21 Apr
Artista/Gruppo: Garbage
Titolo: Version 2.0
Anno: 1998
Etichetta: Almo Sounds 

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Per comprendere il valore di un prodotto artistico a mio avviso occorre calarsi negli intenti di chi quel prodotto lo ha concepito. Quindi per riuscire a capire fino in fondo la musica dei Garbage ho dovuto operare una sorta di reverse engeneering, ovvero scrollarmi di dosso la più complessa musica incamerata fino a questo momento, isolarmi dal contesto di una critica musicale universale, fare un balzo in avanti per entrare nelle teste dei componenti di questa band americana.

E il mio primo passo è stato quello di cestinare tutto quel rosa che intinge le copertine dei loro album, quello sì vera spazzatura, come del resto recita in traduzione il loro stesso nome (garbage=immondizia).
In seconda battuta ho scelto uno dei loro lavori più completi, uscito nel 1998, che si pone come obiettivo quello di superare quanto a evoluzione e ispirazione alla modernità il loro precedente album omonimo. Per far ciò i Garbage prendono il rock dell’età d’oro e lo miscelano a una fortissima dose di high tech. Non va dimenticato che siamo negli anni in cui si respira un vento di innovazione e meraviglia verso la tecnologia che forse non avrà eguali nella storia della nostra civiltà. Sono questi gli anni in cui si inizia a navigare in rete con una certa facilità, i supporti digitali si moltiplicano e il titolo di questo album ne è un esempio plausibile.

Bluvertigo – Acidi e basi (1995)

16 Apr

Artista/Gruppo: Bluvertigo
Titolo: Acidi e Basi
Anno: 1995
Etichetta: Sony BMG

Permettetemi una piccola premessa…quando abbiamo deciso di iniziare questa esperienza di condivisione delle nostre conoscenze musicali, abbiamo tutti concordato su un punto fondamentale: divulgare le emozioni e le sensazioni che un album provoca al suo ascolto a colui che poi lo andrà a recensire…beh allora concedetemi la libertà di poter dare e motivarvi la sensazione che ancora oggi riecheggia in me quando alla mente ritornano le note dell’album Acidi e Basi dei Bluvertigo: rabbia!!

Si, rabbia…e non si stratta di un’esternazione dettata dalla qualità dell’album in se o riferita ad una performance particolarmente scadente di uno specifico musicista; quello di cui parlo è ben altro…la rabbia alla quale faccio riferimento nasce dalla mia passione per la buona musica e dalla conseguente delusione che provo nel costatare che questo gruppo aveva veramente delle ottime potenzialità che, se coltivate, nel corso degli anni sarebbero potute sfociare senza dubbio in delle produzioni veramente importanti.
Invece il tutto è svanito irrimediabilmente in una bolla di sapone per via di interessi totalmente commerciali o a causa di pseudo-progetti di vita mondana, che tra l’altro poco si addicono a quanto dispensato a piene mani all’interno dell’album…tutto ciò è veramente un peccato poiché la musica nostrana avrebbe tratto sicuramente grandi benefici dal poter avere a lungo un gruppo alternativo di ottimo livello.

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