Tag Archives: prog

Traffic – Giving To You (1967)

3 Feb

Troppo blues per essere catalogati nel rock, troppo rock per essere inseriti nel jazz, troppo rock e blues per il prog, insomma: i Traffic! Giving To You è il brano di chiusura di Mr. Fantasy, uno dei più limpidi capolavori della band di Winwood. E’ una jam in cui tutti questi generi si fondono e convivono…

Gli israeliani dimenticati

9 Gen

Negli anni ’70 la band israeliana Atmosphera concepì ben due album prog, due opere che si ispiravano molto agli Yes, con lievi, pacatissime sfumature di Genesis, soprattutto per il modo con cui il cantante si ispirava a Gabriel. Purtroppo gli Atmosphera non ebbero fortuna nel loro paese, che in quel periodo non era proprio pronto per musica di quel tipo. Così abbandonarono l’impresa, e la loro produzione fu bloccata sul nascere, giacendo negli archivi per ben 25 anni.

Se oggi ne conosciamo i contenuti fu soltanto grazie alla Mio Records, che nel 2002, dopo aver raccolto l’intero materiale (compreso un video), ha pubblicato un doppio cd che in Israele ha riscosso notevole successo, la loro hit, Lady of Shalott, fu passata anche dalla Israely Army Radio, arrivando ad esser conosciuta anche all’estero.

Da diverso tempo gli Atmosphera (band ormai smembrata) hanno la loro pagina su Progarchives, e da oggi anche una piccola, ma dovuta, menzione su Book Of Saturday.

Henry Cow – Legend (1973)

7 Lug

Artista/Gruppo: Henry Cow
Titolo: Legend
Anno: 1973
Etichetta: Virgin

Un giorno Duke Ellington disse in un’intervista: «Non lasciatevi ingannare, anche chi sembra che improvvisi, segue sempre uno spartito». È la stessa sensazione che ho provato in più concerti, quando qualcuno mi diceva «questo sì, che significa improvvisare», per poi constatare che c’erano sempre quei sei righi con le note scritte davanti agli esecutori. Il “Duca” aveva ragione.

Il punto è: ma gli Henry Cow improvvisavano o no? La risposta non la sapremo mai e mi sembra che la migliore possa essere: e chi lo sa? Ma per bravura e obiettivo, a forza di ascoltarli, resto di sasso al solo pensiero che musica di questo tipo, con le sue spaziali costruzioni, i giochi di rimando tra strumenti, scale marziane, armonie inconsuete, possano essere incastrate a tavolino.

Ma no, non ci penso neanche un momento, resto fisso sul mio punto, questi avevano scritto tutto, o per lo meno gran parte, tranne qualche assolo di sax o di chitarra, dei più bravi lì in mezzo, i polistrumentisti Tim Hodgkinson e Fred Frith. Altrimenti non si spiega un lavoro come Legend (o Leg End), primo album della band uscito dopo cinque anni di apparizioni in pubblico e varie opere teatrali dalle quali trae la maggior parte delle piéce. E ciò non può essere che un vanto.

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Rick Wakeman – The Six Wives Of Henry The VIII

29 Mag

Durante una visita ad Hampton Court, sede del re britannico Enrico VIII durante il XVI secolo, l’ex tastierista degli Yes, Rick Wakeman, espresse il desiderio di rappresentare proprio davanti a quello storico palazzo, in un live, il suo lavoro The Six Wives Of Henry The VIII. Era il 1973. Il sogno di Wakeman è diventato realtà 36 anni dopo, l’1 e 2 maggio del 2009. E di quella doppia data è testimonianza il dvd omonimo al disco del ’73, uscito lo scorso anno e di cui vi presento due frammenti di video dei 79 minuti di film.

La performance è stupefacente, per la qualità musicale e non solo. Colpisce al primo impatto la grande mole di strumenti ed esecutori sul palco, che grandiosamente venne allestito proprio davanti al vecchio palazzo reale, degna cornice per una rappresentazione a metà strada tra l’opera e il progressive rock. E infatti si rimane ammaliati dall’azzeccato sincretismo tra la English Choir Ensemble e la Orchestra Europa, condotta da Guy Protheroe nella parte sinistra del palco, a far da contraltare alla English Rock Ensemble, nella parte destra. Dalla torretta merlata spicca Rick Wakeman, nelle vesti del Re Enrico VIII, con tanto di mantello (ne cambierà tre, per la verità), accompagnato dal narratore Brian Blessed, ironico e tagliente nello spiegare al pubblico le sorti delle sei mogli del re.

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King Crimson – In The Court Of The Crimson King (1969)

4 Mag

Artista/Gruppo: King Crimson
Titolo: In The Court Of The Crimson King
Anno: 1969
Etichetta: Atlantic

Diversi anni fa, agli albori della mia maturazione musicale, quando ancora davanti a me dovevano iniziare a brillare tutte le gemme della storia della Musica e quando il Progressive-Rock era ancora distante dalle mie concezioni di espressione artistica, mi trovai un pomeriggio di fronte ad una copertina di un album che distintamente da tutte le altre che la contornavano, sembrò voler a tutti i costi richiamare la attenzione su di se, sembrò voler anche per un solo secondo che tutto si fermasse per dire ciò che aveva dentro…chissà se quel giorno, all’interno di quella bocca spalancata che sembra voler descrivere al suo interno uno spazio infinito, fu possibile intravedere una prefazione di come il mio approccio all’ascolto sarebbe cambiato di li a poco; chissà se guardando ancora più a fondo quello sguardo non sarebbe stato possibile veder scorrere il film di tutte le mie esperienze musicali future.

E’ l’urlo del Progressive-Rock che dopo aver atteso, essersi formato, aver vissuto ed aver studiato a fondo le sue fonti di ispirazioni nascoste nei meandri della Musica Classica, del Jazz e del Rock, decide di venire fuori in maniera roboante per dare una collocazione perfetta a tutte le doti artistiche più complesse che l’uomo può fondere nel concetto di Musica, e per dare la possibilità alle menti pronte ad intraprendere un viaggio completamente diverso da quelli conosciuti fino ad allora, di riuscire a trovare qualcosa che riesca nel miglior modo possibile ad esprimere sentimenti e sensazioni in modo viscerale, complesso, completo.
La magia di questo album può anche essere letta in questo modo, dal riuscire a trasmettere a distanza un messaggio silenzioso ed impercettibile ma allo stesso tempo deciso ed inappellabile, a coloro i quali sono pronti per compiere questo passo, grazie a quella mostruosa copertina tanto disprezzata da chi vuole qualcosa di più convenzionale ed estetico, quanto entusiasmante ed ipnotizzante per chi invece riesce a leggervi impressa la propria natura.

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ABWH – Anderson, Bruford, Wakeman, Howe (1989)

8 Apr

Artista/Gruppo: ABWH
Titolo: Anderson, Bruford, Wakeman, Howe
Anno: 1989
Etichetta: Arista

In occasione di questa reunion degli Yes, siamo nel 1989, oltre ai 4 componenti che danno il nome al gruppo, scelta obbligata perché nel frattempo gli Yes (che i fan chiamavano yeswest per distinguerli dai nostri), c’è un quinto nome.

Quello del bassista, come ti sbagli, Tony Levin. Potrà sembrare una banalità per chi conosce le sorti del gruppo, ma a me comunque lascia sbalordito la capacità di questo strumentista di sapersi riciclare, direi più che dignitosamente, in molteplici sonorità e generi musicali.

Quindi propongo l’ascolto di questo album, in cui gli Yes (chiamiamoli così dunque) tornano a sonorità di vecchio stampo prog classico. Anche se la distanza che ormai separa Anderson, Bruford e compagni da quel produttivo periodo a cavallo degli anni settanta sembra ormai essere incolmabile.

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Steve Hillage – Fish Rising (1975)

8 Apr

Artista/Gruppo: Steve Hillage
Titolo: Fish Rising
Anno: 1975
Etichetta: Virgin Records

Dopo aver contribuito in prima persona all’uscita del primo album degli Uriel (usciti sotto lo pseudonimo di Arzachel e che poi diverranno più famosi con il nome Egg), aver fatto parte dell’unica incisione dei Kahn (da lui stesso formati) ed aver lavorato nella realizzazione della celebre trilogia Radio Gnome Invisible dei Gong, Steve Simpson Hillage inizia con questa bellissima creatura la sua lunga e variegata carriera da solista.

Ci troviamo nel 1975 e Hillage, contornato da una lunga schiera di musicisti (molti facenti parte anche della formazione originale dei Gong), prosegue quanto sperimentato fino ad allora nella sua esperienza all’interno della cosiddetta Scena di Canterbury, riuscendo ad incastonare nella sua discografia questo bellissimo concept-album che miscela al suo interno sonorità Psychedelic-Rock, Progressive-Rock e, in parte, Jazz…anche se la tendenza della produzione musicale vira in modo inesorabile verso altre direzioni rispetto alle sonorità che si riscontrano in questo album, il chitarrista londinese riesce a mantenere fede alla sua naturale vocazione senza farsi condizionare da cambiamenti che evidentemente in quel periodo storico non gli appartengono.

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