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EXTRA| Pearl Jam, esordio da “Dieci” e lode

14 Ott

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Quattro mesi dopo la caduta del Muro di Berlino la musica internazionale era totalmente cambiata. In America imperversava il grunge mentre in Europa ancora ci si cullava sulle raggrinzite note del post-punk. C’era però una band che avrebbe fatto dei due stili il suo mantra.

L’origine dei Pearl Jam può coincidere con una data su tutte, il 16 marzo 1990. Quel giorno Andrew Wood morì per un’overdose di eroina e i Mother Love Bone, di cui Wood era il cantante, si sciolsero dopo appena un album, Apple, pubblicato solo quattro mesi dopo questo evento. A quel punto, il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff Ament, dopo essersi inizialmente divisi, tornarono assieme e fondarono un nuovo progetto con il chitarrista Mike McCready. Mancava il cantante. Il problema si risolse nel modo che tutti conoscono. In loro soccorso arrivò l’ex batterista dei Red Hot Chili Peppers, Jack Irons. La band gli fece pervenire un demo con cinque brani, che lui sottopose a un suo amico di vecchia data. Era Eddie Vedder, che all’epoca lavorava in una pompa di benzina di San Diego e la sera cantava in una band locale, i Bad Radio.

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Rainbow – Long Live Rock’n’Roll (1978)

6 Set

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Dalla copertina sembra essere un interessante album di folk-blues-prog, sullo stampo Jethro Tull. Per quell’accento flauteggiante però occorrerà attendere fino all’ultima traccia, Rainbow Eyes, che se vogliamo rappresenta la Stairway to Heaven dell’accoppiata Blackmore-Dio. I due, in effetti, firmano tutte le tracce insieme, ad eccezione di un paio di brani a cui partecipa anche il buon Powell. Ma è un’eccezione, appunto.

Quando i due leader lavorano braccio a braccio, l’atmosfera è garantita. Anche se Long Live Rock ‘N’ Roll, terzo lavoro dei Rainbow, rappresenta l’ultimo di Dio alla voce, poi sostituito da Bonnet. Prima di entrare nel vivo basteranno un paio di osservazioni per offrire già un quadro abbastanza rappresentativo del disco. Lo definirei un album “ventoso”, un viaggio in treno con la testa ben fuori dal finestrino. Attenti ai tralicci! Una disperata e affascinante ricerca verso l’infinito del metal rock, perché nella leggendaria ricerca delle radici del metal, anche i Rainbow hanno diritto a partecipare. Ascoltare per credere.

E non solo per i ritmi, che sanno essere velocissimi (Kill The King) o lenti (Rainbow Eyes), ebbene c’è del fantastico, come nel brano più riuscito: Gates of Babylon. È l’Odissea dei Rainbow, un tuffo nella mitologia del rock e delle sue fusioni. Siano esse orientali o folk. Godetevi il flanging centrale di questo brano, con le iperboliche scale di Blackmore e le vertiginose invenzioni di Dio con quella voce così anni ’80 e così ammirevolmente sempre attuale. Per concludere, l’immagine dell’album e la sua copertina lasciano un sapore in chiaroscuro. Tuttavia, non solo per il nome del gruppo, anche questo tentativo vede nella musica dei Rainbow un’inattesa spruzzata di colori. Anche questo è metal…

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Queen – Jazz (1978)

23 Ago

JazzAmmetto di non essere mai stato un grande esegeta dei Queen, li ho sempre amati e schivati allo stesso tempo. Mi mettevano paura per la loro vastità e varietà dei generi trattati.

Un universo confuso, senza troppi punti di riferimento. Al di la dei primi due dischi, che possiedono una loro coerenza intrinseca al periodo, a preoccupare le mie convinzioni era sempre stata l’iperbolica matassa della loro vita centrale. Se dunque qualcuno provasse le mie stesse sensazioni, beh, posso consigliare Jazz.

Mettiamola così, una buona medicina per farsi passare il mal di testa da Queen e rimettere un po’ in ordine le idee sulle capacità di questa storica band. Riprendo così la mia impossibile scalata e dopo Queen I e Innuendo, torniamo al 1978.

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Luis Russell – The Luis Russell Collection, 1926-1934 (1992)

21 Lug

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Una raccolta jazz senza rumori, pulita e asettica, senza grosse pretese nella selezione delle registrazioni. Solo qualità del suono. Questo l’intento della Storyville, che nel 1992 diede alla luce The Luis Russell Collection, 1926-1934: 24 brani, di cui uno solo inedito, di uno dei pianisti e bandleader più importanti del New Orleans Jazz.

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Adrian Belew – Belew Prints: The Acoustic Adrian Belew, Vol. 2 (1998)

12 Lug

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Se i Beatles non si fossero sciolti nel 1970… sarebbero pressappoco arrivati alle stesse conclusioni. Belew Prints: The Acoustic Adrian Belew Volume Two è l’undicesimo album del chitarrista e polistrumentista Adrian Belew, uscito nel 1998 e sequel di un Volume One pubblicato nel 1995. In questo secondo lavoro tutto chitarra, voce ed effetti, Belew rielabora precedenti lavori in chiave acustica e a differenza del predecessore Volume One ne espande la strumentazione: Belew suona anche basso, pianoforte, armonica, batteria e percussioni, oltre a dirigere un quartetto di archi nella prima traccia. Emerge un interesse profondo per le premesse poste dai Fab Four, quasi un epilogo immaginario dei satelliti che avrebbero potuto esplorare Lennon & Co. se non si fossero sciolti. E il parallelo funziona, soprattutto se si ascoltano vari lavori da solista di Paul McCartney. L’album contiene anche due brani dei King Crimson anni ’90 (Cage e Dinosaur), quelli su cui anche Belew può vantare crediti, e appunto una cover (Free As A Bird) dei Beatles. Onore anche al merito dell’ingegnere Ken Latchney, il cui ottimo lavoro in produzione rende il suono soffice e piacevole all’ascolto. Continua a leggere

The Kills – No Wow (2005)

24 Giu

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Non è facile suonare minimal (o come lo chiamano alcuni lo-fi vintage) quando nello stesso periodo spopolano gli White Stripes. Ahimé, quelli di po-popopopo-po. Complicato farlo passare come un tentativo di tornare alle origini, per alcuni addirittura al blues del delta. Inevitabile, per chiunque a cavallo del 2000 avesse provato a dissezionare il suono rendendolo quasi rumore in sottofondo della voce, cadere nel superficiale accostamento: The Kills= brutta copia degli White Stripes. Se poi si ricompone un duo, voce femminile (Alison “VV” Mosshart) e strumenti – ma anche voce, talvolta – maschili (Jamie Hince), insomma tutto riconduce lì. Ma non solo. Gli effetti, per i Kills, sono un po’ questi. Devastanti per la pubblicità e il botto che fecero, tanto come le ripercussioni su certe convenzioni una volta attaccato il play allo stereo. Una scialba copia dei migliori? Chissà, vanno ascoltati per poi dare un giudizio. Noi ve li proponiamo con No Wow, secondo lavoro del duo anglo-statunitense.

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Porcupine Tree – XMII (2005)

17 Giu

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Per essere un album dal vivo quasi non si sente. Anzi, non si percepisce proprio. Sembra un disco in studio. In pieno stile Porcupine Tree, il trionfo dell’iper riverbero. Tutto questo è XMII, una sigla ma potrebbe essere anche un marchio di qualità. Perché si può essere critici quanto si vuole nei confronti di Steven Wilson, ma quanto a pulizia del suono e idee, tanto di cappello. Continua a leggere

Prince – For You (1978)

25 Mag

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Da molti fu considerato l’antagonista effimero di Michael Jackson. Per alcuni molto meglio di Jacko, oggettivamente più poliedrico e capace di dribblare etichette e generi come pochi altri nel mondo del pop. Un musicista del calibro di Prince a fine anni ’70 aveva due strade da poter prendere: entrare nella ristretta nicchia dei fenomeni, spesso poco pagati e ancor meno conosciuti. Oppure puntare sul target del momento: il pop, l’anti-rock per antonomasia. Prince arrivò al bivio del suo primo disco ancora incerto sulla via da percorrere. Ne verrà fuori un “demo-album”, una sorta di raccolta di intenti: For You.

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Pentewater – Out Of The Abyss (1992)

9 Mag

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Nell’universo del prog rock di fine anni ’70 la prima cosa che balza all’orecchio è questa: i Pentwater avevano qualcosa da dire. E forse furono solo sfortunati. Nel raccogliere materiale sui Pentwater, mi ha colpito una considerazione di The Music Street Journal, che all’uscita del primo disco nel 1977 disse: «I Pentwater potrebbe essere la migliore band di rock progressive che mai avete sentito prima». Questa è la storia di un disco uscito… troppo tardi. Continua a leggere

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EXTRA | Sembra, ma non è una chitarra. Ascesa e declino del Synthaxe: Allan Holdsworth

27 Apr

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Spesso nella musica si è pionieri di se stessi. Più raramente il nome di un artista sale alla ribalta per l’utilizzo di un nuovo strumento. Meno spesso accade poi che sia proprio la pubblicità di questo o quell’artista, a designare la fama di una nuova invenzione musicogena. A volte l’idiosincrasia tra le due parti è tale che si può parlare di simbiosi. Quando nel 1986 venne pubblicato Atavachron, tutti conoscevano già Allan Holdsworth, ma pochi, se non nessuno, sapeva cosa fosse il Synthaxe.

Ebbene, oggi vi raccontiamo la nascita e l’ascesa di questo strumento, che deve la sua fama proprio al disco in questione. Un po’ chitarra elettrica, un po’ sintetizzatore. Reso celebre proprio grazie ad Allan Holdsworth, che utilizzandolo scientificamente in più brani di Atavachron, unì il suo nome a questa diavoleria dell’ingegneria elettronica musicale per i quasi successivi 15 anni. Prima però sarebbe bene spiegare meglio in cosa consiste il Synthaxe.

Senza entrare troppo nel dettaglio, il Synthaxe è un controller MIDI applicato alla chitarra, creato da Bill Aitken, Mike Dixon e Tony Sedivy e prodotto in Inghilterra nella seconda metà degli anni ’80. Si tratta di uno strumento musicale che utilizza sintetizzatori elettronici per produrre suono e viene controllato tramite l’uso di un braccio simile al collo di una chitarra (ma non è una chitarra) e il suo nome deriva dal mix di due parole: sintetizzatore e ascia…

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