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Robert Fripp, l’anarchico del suono

12 Mag

Un dei più grandi misteri della storia del rock è la genesi e l’evoluzione dei King Crimson. Uno dei pochi gruppi a vantare addirittura un paroliere (Peter Sinfield), una di quelle meteore che resiste all’usura del tempo e alle varie fuoriuscite lungo gli oltre 40 anni di esistenza. Mistero non perché ci sia qualche punto oscuro (anzi si è detto già tutto, forse troppo). Mistero, per il carattere “esoterico” con cui questo gruppo senza età ha sopravvissuto all’usura del tempo e agli avvicendamenti continui.

Più che di gruppo, meglio però parlare di progetto aperto. Cantiere. Di questo cantiere/progetto, il punto fermo, l’ingegnere responsabile dei lavori è sempre stato uno solo: Robert Fripp. Una delle figure che campeggiano prepotenti nella nostra testata. E dunque, trovo d’obbligo un passaggio su questo meraviglioso e sfaccettato artista.

Lo faccio per larghi tratti, anche perché di materiale ce ne sarebbe per scriverci un libro ma oggi non ho voglia di essere prolisso come in altre circostanze. Parliamo di Fripp e della sua nascita come artista, e prendo spunto da alcune pillole di sue frasi che ho tratto dal sito Planando. L’autrice in questione, si sofferma sul suo approccio iniziale con la musica, definito estremamente personale.

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California Guitar Trio – Yamanashi Blues (1993)

17 Dic

 

Cosa ci fanno un americano, un belga e un giapponese a scuola con Robert Fripp? Non è una barzelletta: fanno il California Guitar Trio. Paul Richards da Salt Lake City, Utah, Bert Lams di Bruxelles e Hideyo Moriya di Tokyo, si conobbero nel 1987 al Guitar Craft Course tenuto dal leader dei King Crimson nel 1991 e poco dopo diedero vita a questo terzetto che in Italia non è molto conosciuto ma che tutti credo avranno almeno canticchiato sotto la doccia il loro tema più famoso: Misirlou (fa parte della colonna sonora di Pulp Fiction).

Bene, Yamanashi Blues è il loro primo album accreditato, una sorta di campionario di quello che questi tre geni riescono a fare con la chitarra. Rigorosamente (elettro)acustici in questo caso. Qui la tecnica è solo corollario per una serie di ricami che con tre chitarre è più facile ottenere: uno tiene i bassi, gli altri due si divertono a rincorrersi tra accordi, arpeggi, scale e triadi. Se vi chiederete che genere suona il CGT, beh, difficile a dirsi, un mix tra musica classica (spesso sembra anche di ascoltare un clavicembalo), musica spagnola, blues (beh, lo dice anche il titolo dell’album…), caraibica, sudamericana, tango.

Insomma, c’è di tutto, basta che vi rilassiate ad ascoltare nel profondo il gioco tecnico dei tre, perché talvolta vi lascerà senza fiato la capacità con cui tre chitarre riescono a mettersi l’una dietro all’altra come le ombre cinesi, per poi sdoppiarsi all’improvviso e amplificare l’armonizzazione con un ventaglio di suoni (qualcosa di rubacchiato dal grande maestro si percepisce), note, accordi, scale, in velocità ma con grande pulizia (e prendo ad esempio Sleepwalk, con lo slide che scivola come burro fuso sulle corde). Già, altro pregio di Yamanashi Blues, consigliato a chi ama la qualità del suono e delle registrazioni.

King Crimson – Starless and Bible Black (1974)

22 Apr

Nel 1974 la nuova formazione Crimson, (Bill Bruford /drums – David Cross/violin, viola, keybords – Robert Fripp/guitars – John Wetton/bass, vocals) affronta la pubblicazione del suo sesto album: è il caso di Starless and Bible Black, composto da ben 5 tracce (Lament, Fracture, The Night Watch, Starless and Bible Black e Trio) interamente tratte da registrazioni di esibizioni live (naturalmente “ripulite”), le altre 3 (The Great DeceiverWill Let you Know e The Mincer) sono principalmente “creature” improvvisate in concerto con qualche rivisitazione in studio.

Le composizioni esprimono al meglio l’affiatamento tra gli strumentisti che non perdono colpi nota dopo nota facendo credere che sia tutto scritto a tavolino, non perdendo mai il tema principale e creando atmosfere che non possono non farci invidiare chi ha avuto la fortuna di aver visto quella formazione dal vivo: quello che ascoltiamo è qualcosa che va “oltre” la definizione classica di progressive. Per gli amanti del genere ma anche per chi ama osar muovere passi in terre sconosciute.

Robert Fripp & Theo Travis

19 Nov

Si sono da poco conclusi i quattro giorni di concerti che Robert Fripp e Theo Travis hanno tenuto a Roma presso la Chiesa Evangelica Metodista di via XX Settembre, all’interno del tour che ha portato i due artisti a esibirsi in teatri, chiese e cattedrali in Italia, Spagna e Inghilterra. Da amante assoluto del chitarrista britannico non ho potuto esimermi dal prendere parte ad una delle serate in programma, particolarmente incuriosito dalla insolita location scelta.

A poco più di mezz’ora dall’inizio del concerto si apre il portone che permette l’accesso all’unica navata rettangolare che caratterizza la Chiesa del Rione Castro Pretorio; l’impianto quadrifonico allestito all’interno accoglie il pubblico con la riproduzione di soundscapes in pieno stile Fripp, che permettono già da subito di respirare un’atmosfera totalmente diversa rispetto ai normali concerti e che accompagnano fino all’inizio dell’esibizione stessa. Poco per volta, e in religioso silenzio come il contesto richiede, prendono posto le 250 persone circa che può contenere la sala, che offre alla vista le pareti decorate nel 1924 dal pittore italiano Paolo Paschetto e delle splendide vetrate che, unite alla debole illuminazione interna, conferiscono all’ambiente una luce decisamente suggestiva.

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King Crimson – In The Court Of The Crimson King (1969)

4 Mag

Artista/Gruppo: King Crimson
Titolo: In The Court Of The Crimson King
Anno: 1969
Etichetta: Atlantic

Diversi anni fa, agli albori della mia maturazione musicale, quando ancora davanti a me dovevano iniziare a brillare tutte le gemme della storia della Musica e quando il Progressive-Rock era ancora distante dalle mie concezioni di espressione artistica, mi trovai un pomeriggio di fronte ad una copertina di un album che distintamente da tutte le altre che la contornavano, sembrò voler a tutti i costi richiamare la attenzione su di se, sembrò voler anche per un solo secondo che tutto si fermasse per dire ciò che aveva dentro…chissà se quel giorno, all’interno di quella bocca spalancata che sembra voler descrivere al suo interno uno spazio infinito, fu possibile intravedere una prefazione di come il mio approccio all’ascolto sarebbe cambiato di li a poco; chissà se guardando ancora più a fondo quello sguardo non sarebbe stato possibile veder scorrere il film di tutte le mie esperienze musicali future.

E’ l’urlo del Progressive-Rock che dopo aver atteso, essersi formato, aver vissuto ed aver studiato a fondo le sue fonti di ispirazioni nascoste nei meandri della Musica Classica, del Jazz e del Rock, decide di venire fuori in maniera roboante per dare una collocazione perfetta a tutte le doti artistiche più complesse che l’uomo può fondere nel concetto di Musica, e per dare la possibilità alle menti pronte ad intraprendere un viaggio completamente diverso da quelli conosciuti fino ad allora, di riuscire a trovare qualcosa che riesca nel miglior modo possibile ad esprimere sentimenti e sensazioni in modo viscerale, complesso, completo.
La magia di questo album può anche essere letta in questo modo, dal riuscire a trasmettere a distanza un messaggio silenzioso ed impercettibile ma allo stesso tempo deciso ed inappellabile, a coloro i quali sono pronti per compiere questo passo, grazie a quella mostruosa copertina tanto disprezzata da chi vuole qualcosa di più convenzionale ed estetico, quanto entusiasmante ed ipnotizzante per chi invece riesce a leggervi impressa la propria natura.

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