Tag Archives: Rock

Queen – Innuendo (1991)

9 Gen

innuendoTristezza, abbandono, dolore, voglia di vivere, di proseguire, di lasciare il segno. Comunque. Tutto questo è Innuendo, al contrario di quanto ai posteri verrà lasciato simbolicamente. L’ultimo disco registrato in studio da Freddie Mercury e pubblicato circa 10 mesi prima della sua morte per Aids. Col senno di poi lascia interdetti la semplicità con cui uno degli artisti più incisivi della musica del Novecento, lasciava alle note i suoi innumerevoli testamenti. Cantava I’m Going Slightly Mad e soprattutto The Show Must Go On che varrà come suo ultimo volere, in barba alla malinconia con cui i suoi compagni di avventura in 20 anni di carriera lo hanno accompagnato sull’ultimo altare.

E non importa se quel testo alla fine emerse averlo scritto Brian May. Il risultato, il senso, e il voler veicolare un messaggio comunque positivo rimangono. Specie perché la lenta debilitazione che la malattia procurò a Mercury colpì l’intera band, nessuno escluso. Non è un caso che proprio The Show Must Go On sia l’ultima traccia dell’album, Mercury volevano fosse ricordato così, con il sorriso del giocoliere dell’illustrazione di copertina ispirata a J.J. Grandville.

Una storia, l’ultima in presa diretta (alla quale va escluso Made in Heaven perché postumo alla morte del cantante) che i Queen offrono di loro stessi, senza più veli perché ormai tra riviste scandalistiche e allussioni dei quotidiani, il gossip era ormai passato dalla leggenda alla dura realtà. I Queen finiscono qui, e non poteva esserci fine più vera per un gruppo tanto vero. Questi sono i Queen che ringraziano tutti, compreso l’amico ex Yes, Stewe Howe, artefice del meraviglioso solo di chitarra spagnola nella “bohemian” title track. Innuendo va assaggiato a fondo, letto e riletto, solo così riesce a svelare la sua insita essenza di disco finito nella sua pur effettiva incompletezza finale. Per i Queen fu una corsa contro il tempo e contro la morte. Il risultato era già scritto.

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Carlos Santana, Mahavishnu John McLaughlin – Love Devotion Surrender (1972)

19 Nov

Artista/Gruppo: Carlos Santana, Mahavishnu John McLaughlin
Titolo:  Love Devotion Surrender
Anno: 1972
Etichetta: Columbia

Torniamo al rock. O meglio, qualcosa si simile. Se Love Devotion Surrender (o Love, Devotion, Surrender) possa considerarsi un album rock, lo lascio dire ad altri. A me pare troppo jazz per definirlo rock e troppo rock per considerarlo jazz. È Love Devotion Surrender, un incrocio, un passaggio fondamentale della carriera di due dei più grandi chitarristi della storia della musica: Carlos Santana e i suoi frizzoli, John McLaughlin e la sua vena psicobuddhista accelerata dalla smania di protagonismo del talento precoce. Per qualcuno si tratta di un album tributo a John Coltrane, e le prime due tracce, A Love Supreme e Naima lo testimoniano.

In realtà degli originali di Coltrane resta solo la base di basso di Doug Rauch (preponderante nella prima traccia), per il resto una sequenza ininterrotta di assoli che partono dal lato destro e finiscono sul sinistro degli altoparlanti. Assordanti, stridenti e sensazionalmente eccitanti. Si prosegue su quel solco, oltre mezzora di soli sovrapposti, da sinistra a destra, dall’alto in basso. Un disco virtuoso, un incontro tra due appassionati fa di se stessi. Dove un ruolo di primo piano lo svolge anche l’organo di Yasin e i piatti jazzati di un Billy Cobham in salsa più soft rispetto alla Mahavishnu. Niente da dire: per essere il 1972 un’immagine sonora intensa e visionaria.

Vi avevo già parlato di Caravanserai, che uscì nel luglio del 1972. Sia quello che il successivo Love Devotion Surrender, uscito nell’ottobre dello stesso anno, sono ispirati al guru Srni Chimnoi, amico di McLaughlin, e che a Santana aprì le porte della percezione verso il suo personalissimo viaggio spirituale. Per alcuni Love Devotion è di Carlos Santana in collaborazione con McLaughlin, per la Columbia Records è Santana & McLaughlin, stop. Una cosa è certa: S&McL se lo sono auto prodotto il disco. Ma tra i due è Santana che deve molto di più a McLaughlin che non viceversa. E la presenza del secondo rende originale il tutto, che altrimenti sarebbe stato una copia sbiadita dei colossal dei Santana precedenti.

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Approfondimenti sui Renaissance

25 Ott

Oggi volevo segnalarvi alcune recensioni che, se messe assieme, ci aiutano meglio a comprendere la genesi di un gruppo spesso dimenticato ma che svolse un ruolo di primo piano nella storia del rock degli anni ’70. Sto parlando dei Renaissance, e in particolare dell’album omonimo di esrdio che data 1969. Un disco che ho acquistato in formato vinile in un mercatino arrangiato da un’iniziativa della romana Radio Rock a Testaccio.  Scavando nelle varie opinioni di cui di seguito vi segnalo un campione da poter approfondire, emerge un fatto al quale anche ascoltando il disco non avevo fatto caso. Molte recensioni evidenziano il ruolo di primo piano dei Renaissance tra i gruppi fondatori del progressive rock. Ascoltatelo se potete e fatemi sapere se siete d’accordo.

Renaissance

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Rick Wakeman – Home Sweet Oklahoma (1971)

30 Mag

Piano Vibrations è uno dei dischi più controversi e ambigui della sterminata discografia di Rick Wakeman. Perché si tratta di sole cover, una serie di sessioni al pianoforte che ritraggono l’ex Yes sotto il profilo del musicista e non del compositore. Tra i brani più belli c’è Home Sweet Oklahoma di Leon Russell. Rispetto all’originale, il cantato di Wakeman abbandona il nasale di Luis ma allo stesso tempo affida quasi esclusivamente alla tastiera il compito della melodia. Nella parte di assolo, spicca un’anonima chitarra che non gode neanche di crediti ma che rende la versione meno po e più country blues.

Dominic Miller ha scelto Plovdiv per la prima del suo nuovo album 5th House

27 Apr

Lo chiamano «la mano destra di Sting». Il chitarrista argentino Dominic Miller si è affacciato alla ribalta suonando nell’album But Seriously di Phil Collins, poi nel ’91 ha partecipato al lavoro The Soul Cages di Sting, con il quale ha continuato a collaborare partecipando a diversi tour. Dall’ultimo, la scorsa stagione, tra una data e l’altra, tra Los Angeles e la Nuova Zelanda, è nato il suo 5th House, definito ai leggendari Henson Studios, L.A., e nella cui formazione sono compresi il pianista dei Level 42, Mike Lindup, oltre al bassista Nicholas Fizhman e al “fenomeno” batterista marocchino Rani Kridzha.

Il disco verrà presentato nel prossimo tour del Dominic Miller Project, la cui prima data è stata fissata in Bulgaria, al Teatro Antico di Plovdiv il prossimo 29 maggio. L’organizzazione del concerto è dovuta alla famosa violinista bulgara Dorina Markova e dal Comune di Plovdiv. «Sono felice di dire che Dominic ha scelto Plovdiv per la prima del suo nuovo album», l’annuncio di Dorina Markova, la quale ha aggiunto che spera che l’evento possa contribuire alla candidatura di Plovdiv come capitale culturale d’Europa nel 2019.

5th House è il quinto album di Dominic Miller, il quale, oltre che con Collins e Sting, vanta anche collaborazioni con molti altri artisti di prim’ordine come Vinnie Colaiuta e Jimmy Johnson. Stando alle recensioni 5th House uno degli album strumentali più brillanti della sua carriera. Il numero “5”, alla base della simbologia che accompagna Miller da una vita: «In astrologia – dice l’autore dell’album – significa amore e passione. Naturalmente, potrei richiamare anche Il quinto elemento o il Quinto Emendamento alla Costituzione».

FONTE: Kafene.bg

Rachel Arieff, la regina dell’Anti-Karaoke

22 Feb

Basta con le tipe frigide che abbozzano il falsetto per l’ultima canzoncina di Emma, basta con i coatti che li senti canticchiare in canottiera fetida Ti Amo di Pappalardo mentre tu vorresti scolarti la birra e tirargli il bicchiere in piena fronte. Basta.

Basta col Karaoke. L’ho sempre pensato. E devono averlo pensato anche in Spagna, da dove nasce l’Anti-Karaoke.  Tutto rigorosamente made in Spain: «El ùnico karaoke “andergraun” de Barcelona. Finally, a Karaoke that doesn’t suck!».

E di che si tratta? Boh, ancora non l’ho capito bene, soprattutto non capisco a che serve una cassetta da lettere, ma mi sembra secondario e comunque , come riporta Thriller Magazine.es, resta opzionale.

Gli ingredienti essenziali sono invece quattro. Primo: mettere in sala una folla sfrenata di schizofrenici, ubriachi (o vogliosi di diventarlo al più presto), amanti del chiuso soffocante e dei colori. Secondo: metti sul palcoscenico una più matta di loro, che a ogni canzone cambia abito e anche se è stonata tiene il palco e balla come una diva. Terzo: dai al pubblico la possibilità che lei (e soltanto lei) canti le canzoni che loro (e soltanto loro) hanno deciso di richiederle. Quarto (but not least): proibisci qualsiasi richiesta che non sia rock, heavy metal o pop-rock internazionale.

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Americani, sveglia! Ani e questa maledetta crisi: “E tu da che parte stai?”

18 Feb

Per quanto ci si possa sforzare di tenere fuori dai discorsi la politica, alla fine, poi, spesso è la stessa musica a tirarcisi dentro. Anzi, la musica, almeno dal Novecento a oggi, è stato uno dei propulsori per la propaganda, di vario genere, dalle rivolte sessantottine alle tematiche contro (o a afavore) di droghe, alcol, croci e demoni.

Se poi ci si mette che l’intero pianeta è colpito ormai da cinque anni da un male che sembra incurabile, e che porta il nome di crisi economica, allora parlare di politica e musica, sembra quantomai inevitabile. Sono gli stessi artisti a volerlo, ed è lo stesso pubblico a richiederlo. Lasciamo stare le solite stronzatelle amore e cuore di Sanremo e guardiamo oltreoceano. In quell’America «sull’orlo della plutocrazia», come scriveva ieri il columnist del Berkeley Daily Planet, Bob Barnett, facendo il punto sull’attuale crisi economica americana e sulle prossime elezioni presidenziali Usa. Che secondo lui saranno piuttosto «un referendum sulla leadership economica di Obama». In America si parla sempre più di «lotta di classe» e «divario sociale», tra chi guadagna troppo e chi troppo poco.

«Il 99% degli americani è preoccupato per il crescente divario economico, ma la buona notizia – sintetizza Barnett – è che questo 99 percento di americani non ha ancora capito che questa decennale lotta di classe sta per chiudersi con una loro sconfitta». La cartina tornasole dello stato d’animo popolare, spesso è affidata alla cultura, quindi anche alla musica, che si fa veicolo del malessere generale.

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