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Dream Theater – Burning my Soul (1998)

3 Mag

Più continuo a (ri)vederli, e più mi domando perché. Perché mi ero così infatuato di questo gruppo, perché mi ero convinto fossero i musicisti che più spaccavano nel panorama rock mondiale. Perché tutti quei pomeriggi a dibattere con David dei buoni propositi di Petrucci e soci. Perché, poi, così tanta distanza tra i lavori in studio e quelli in live (già, qualcosa non va, da troppo tempo…). Perché.

No, non ce l’ho con i Dream Theater. Ognuno è artefice del proprio essere, e loro hanno saputo sfruttare l’onda. Eppure, stavolta non c’entrano le manie da protagonista di Portnoy, stavolta lui è lì dietro che si barcamena ma senza esagerare. Eppure, LaBrie non sfora, Petrucci è lì buono e diligente buttando in mischia quei tre-quattro accorducci semplici e basilari. Tutti, eseguono. Stop. Ma anche l’esecuzione vuole il suo groove, la sua dialettica tra le parti. Qui siamo neanche troppo avanti nel tempo.

Cerco la giustificazione: qui erano ancora molto acerbi. Era il ’98 (Live in Paris, tratto da 5 Years in a Livetime), e sembrano già una band di professori universitari stufi di quello che insegnano. Burning my Soul (da Falling Into Infinity), in live è una schifezza pazzesca (come potete vedere, con i Dream non uso più neanche i mezzi termini come continuo a fare con i Metallica…), un brano che riascoltato la seconda volta consecutiva fa venire voglia di uscire e udire gli uccellini canticchiare. Meglio.

Erano acerbi, ma per i live più recenti la situazione degenera anziché livellarsi, e adesso non so più che periodo prendere in considerazione. Per quanto mi riguarda, sono rimasto ad apprezzarli per i lavori in studio, ma dal vivo, sebbene non sono ancora ai livelli di odio profondo del Prof (ma andatevi a leggere la sua recensione sull’ultimo Live, vi prego…), sono diventato molto critico nei loro confronti. E la critica si acuisce verso chi pretende di stare al top: è il dazio che si paga per il successo. Ma è anche bella se fatta con passione. Ormai è diventata una corsa a ritrovare i miei amati DT: li ho persi completamente di vista. O per fare una citazione: ora che ho perso la vista, ci vedo di più…

Aldo Giuntini – Project III (2006)

6 Apr

Artista/Gruppo: Aldo Giuntini
Titolo: Project III
Anno: 2006

Non so chi me lo ha fatto conoscere, forse Roberto. Chiunque lo abbia ascoltato può rispondermi e dire se non la pensa come me. Bravo chitarrista. Ho avuto modo di ascoltare solo l’album “Project III”, anche perché sul web non è che sia facilissimo reperire suo materiale, comprese le copertine dei dischi, che però potrete trovare sul suo sito.

Genere: metal melodico, con una punta di asprezza, forte di piacevoli distorsioni grazie al suond della sua Ibanez RG AG1. Nonostante la bella voce, in stile James Labrie, nulla di particolarmente eccezionale sul fronte innovativo.

Stile chitarristico, di arrangiamento e di cantato che si rifà in toto al gruppo degli Dio, soprattutto all’album Holy Diver.

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