Tag Archives: storia della musica

Armando Trovajoli e il mito di Roma Nun Fa’ La Stupida

20 Dic

trovajoli_armando_-_1974Piccola parentesi storico-popolare su una delle canzoni più conosciute al mondo assieme a O Sole Mio e Volare. Stiamo parlando di Roma Nun Fa’ La Stupida, che scritta così, a mo’ di titolo tutto maiuscolo fa un certo effetto. Perché senz’altro questa canzone scritta da Armando Trovajoli per il Rugantino, certo è difficile da considerare “brano” nel senso stretto del termine. Con il tempo è entrata a far parte della cultura popolare non soltanto romana, ma italiana in generale. Era il 1963, alla prima del Teatro Sistina a Roma, Armando Trovajoli dirigeva per la prima volta l’orchestra.

Sentite cosa ha detto poco tempo fa il direttore a chi gli chiedeva quell’emozione: «La prima di Rugantino resta impressa sulla mia pelle in modo indelebile. Avevo il diritto di dirigere l’orchestra nella prova generale e nelle prime 2-3 rappresentazioni. Alla prima, quando Nino Manfredi disse Roma, ce semo e attaccò Roma Nun Fà La Stupida, capii alla fine del ritornello, appena prima che Lea Massari entrasse per cantare la sua parte, che quella sera stessa avrei risentito la canzone da Checco er Carrettiere, il ristorante di Trastevere. Capii che stava nascendo un mito. Lo capii dal brusio del pubblico, che già canticchiava la canzone sentendola per la prima volta».

Queste sono frasi già sentite da chi ha vissuto la storia della musica in prima persona. A me ha subito riportato in mente le parole di Paul Rotchild, l’ingegnere del suono dei Doors quando per la prima volta ascoltò la versione definitiva di The End.

Dixieland Jug Blowers – Hen Party Blues (1926)

21 Set

Ultimamente ho ascoltato il numero 41 della Blues Collection, quello con la raccolta delle Jug Blues Band. Certo, conoscevo cosa fossero state le Jug Bands, ma approfondendo ho scoperto anche perché si chiamavano Jug Bands. Il nome “Jug” deriva letteralmente da “caraffa” o “boccale”. Semplicemente, erano delle bottiglie (in vetro o ceramica), di differente dimensione in base alla tonalità che si voleva dare al suono, che usciva fuori soffiandoci dentro attraverso una particolare tecnica di espirazione. I Jug sono caratterizzati da un suono molto grave, e potremmo anche considerarli, in parte, gli antesignani del contrabbasso per il jazz, del basso per il blues.

Questa è una storia tutta americana, ed in effetti proprio negli States, a cavallo degli anni ’20, le Jug Bands spopolarono, fino a quando la naturale evoluzione della musica portò blues e jazz a percorrere strade differenti. Inizialmente erano però band di strada, fatte da menestrelli, che si esibivano, oltre che con il jug, con gli strumenti d’orchestra tipici del blues: chitarra, banjo, violino. Poi ci fu una contaminazione che proprio in quegli anni portò all’introduzione di diversi strumenti a fiato: sassofoni, clarinetti, trombe. Il jug svolse un ruolo di primo piano, fino alla sua conseguente scomparsa. Ecco che allora, parallelamente alla nascita di band come la Memphis Jug Band attiva nel Blues, nascono anche i Dixieland Jug Blowers, band attiva nel filone jazz più in voga di allora, il dixieland appunto.

Molti di quei componenti restarono anonimi appena il jazz prese piede e si formarono le grandi orchestre. Possiamo dire che alcuni riuscirono a sfondare, tra cui va annoverato sicuramente il clarinettista Johnny Dodds. Vi consiglio di ascoltare la raccolta Johnny Dodds 1926 Chronolgical Classics, in cui sono anche contenute diverse incisioni ai tempi dei Blowers. L’anno successivo (1927), Johnny si trasferì a Chicago, ed ebbe la fortuna di esordire davanti al grande pubblico negli Hot Five e negli Hot Seven di Louis Armstrong, poi con i Red Hot Peppers di Jelly Roll Morton. Nel video, il brano è Hen Party Blues. “Blues”, tanto per confermare la teoria del brodo primordiale dell’origine (vedi questo approfondimento).

Il violino è di uno dei fondatori della band, Clifford Hayes, che successivamente formò un gruppo separato. Stessa idea venne al “juggista” Earl McDonald (qui c’è anche Henry Clifford che suona la “caraffa”). Ascoltate con attenzione il solo di Jug nella sezione finale, oltre a quelli di clarinetto che ovviamente esegue la star Johnny Dodds. E’ proprio il caso di dire che la necessità fece grande la virtù…

EXTRA|Charles Brown

19 Mar

Conoscere la storia, anche uno spaccato di vita, di un musicista senza ricorrere alle fonti principali come le biografie è impresa ardua ma allo stesso tempo divertente e interessante. Si scoprono lati che i più non conoscono, si svelano aspetti sconosciuti e imprevedibili.

Talvolta, come in questo caso, si ottiene soltanto (ma mica poco) la costatazione che il lavoro di ricerca è servito a qualcosa, tipo contestualizzare la figura di Charles Brown, caldo e delicato pianista blues molto attivo soprattutto tra gli anni ’50 e ’70.

Texano di nascita, si è fin da giovanissimo radicato in California, tra Los Angeles e San Francisco, rivestendo un ruolo da protagonista nella scena blues di quella zona, dove i bluesmen iniziavano a inserire nelle band tutta una serie di strumenti collaterali, come il sassofono per esempio, che conferiranno a questa variante del blues tradizionale un’impronta molto più orchestrale e dedita alla costruzione di melodie che talvolta incrociano inesorabilmente rock & roll e jazz.

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EXTRA|L’Industrial del nuovo millennio

14 Mar

A distanza di quasi un anno torno sulla questione dei generi, allora avevo provato, con risultati interessanti, a fare chiarezza sul significato del termine post-rock, giungendo alla conclusione che un genere non può essere considerato “post” di qualcosa solo perché viene dopo, quindi che il post-rock non è mai esistito. Stavolta spero però di offrire ai lettori un quadro meno partigiano.

Come allora presi i primi passi dal disco d’esordio dei Tortoise, anche ora debbo pur prendere le mosse da un disco in particolare. Ne scelgo uno che, se non di vero capolavoro poco ci manca: Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death), dei Marilyn Manson. Una rock opera, che sebbene sia stata concepita per aprire la trilogia completata da Mechanical Animals e Antichrist Superstar, è uscita per ultima e risulta essere senza dubbio l’apice creativo e introspettivo del vocalist e leader del gruppo.

Qui però Manson mette fine a tutta una serie di stereotipi sulla sua qualità artistica, districandosi nell’utilizzo, non soltanto della magnifica voce, bassa, calda, ruggente, tetra, ma anche di vari altri strumenti, come flauto elettronico, synth e bassi. La storia di Manson uscito dal reality stile Amici qui viene definitivamente spazzata via, trattasi invece di un grandissimo e poliedrico cantautore, purtroppo per lui (ma se l’è anche cercata) caduto spesso in disgrazia per un’interpretazione eccessivamente distorta dei suoi testi da parte di fanatici schizzati alla Chapman (vedi la storia della strage del Columbine).

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EXTRA|Chitarre spaccate e medaglie sul petto: Pop-art e Rock ’65

24 Gen

Anno 1965, gli Stati Uniti iniziano a spedire le prime truppe nel Vietnam del Sud, mentre già da gennaio iniziano i primi bombardamenti nel Vietnam del Nord. Intanto a febbraio viene assassinato Malcolm X e in America si consolida una fase di forte instabilità politica e di movimenti sociali e giovanili.

Il Sessantotto è ancora lontano e una corrente in particolare sta iniziando a piantare le sue radici, si tratta della Pop Art, capitanata da Andy Warhol e Roy Lichtenstein, i nomi di spicco di una sequela di artisti che intendono sovvertire i canoni della fruizione visiva attraverso l’utilizzo di oggetti di uso comune.

«What is Pop-art?» inizia dunque a chiedersi l’opinione pubblica, soprattutto in Europa, dove la corrente acquisterà vigore e popolarità soltanto in questo periodo. In tutto questo anche la musica non resta indifferente e cerca con tutti i suoi mezzi di inserirsi in questo percorso e cavalcare l’onda. Nel luglio 1965 la rivista MM intervistava il chitarrista degli Who, Pete Townshend, che fornisce una prima e convincente spiegazione di cosa è secondo lui la Pop-Art:

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EXTRA|Il padre del jazz sound: Rudy Van Gelder

1 Dic

Avevamo già affrontato l’approccio alla musica partendo da un produttore, esperimento in parte riuscito, che può, a mio avviso, aprire spazi oltre ogni immaginabile confine, un percorso a stella che incrociato ad altri produttori può permettere di studiare la storia della musica e le carriere di artisti, anche quelli a noi sconosciuti, in modo scientifico, se non maniacale. Un tentativo che ogni tanto prediligo, anche se richiede tempo e molta passione. Ma cosa accade quando anziché dal produttore si inizia il percorso prendendo spunto da un ingegnere del suono?

Beh, a parte il passo ancor più in profondità, nel “micro” per usare un’espressione tanto cara agli economisti, credo che i risultati non potranno che essere sorprendenti, purché l’oggetto di studio sia individuato e ben riconoscibile nel panorama musicale. È assolutamente questo il caso di Rudy Van Gelder, all’unanimità considerato il vero iniziatore del cosiddetto Jazz sound, il suo nome lo troviamo perennemente accanto alle migliori produzioni della Blue Note, ma anche di altre grandi case discografiche del panorama jazz newyorchese, la Prestige e la Savoy su tutte. Ora, approfitto di questo spazio per pubblicare un articolo apparso sulla rivista Jam nel dicembre del 2006, a firma di Ivo Franchi.

Credo che, a pari della semplicità di stesura e della facilità con cui lo si può leggere, possa servire a tanti (me compreso), per rubacchiare qua e la titoli, musicisti, e a collocarne meglio la loro posizione nella geografia musicale (del pianeta jazz in questo caso). Ma soprattutto a conoscere meglio chi sia Van Gelder e quali siano stati i suoi più grandi meriti nella storia della musica. Rudy è ancora vivo e lavora, oggi ha 86 anni, e l’articolo qui riprodotto, sebbene datato di quattro anni, resta attualissimo. A patto che non ci si fossilizzi su quelle che vengono segnalate come nuove uscite, e che oggi, ovvio, non saranno più delle novità. Tra i tanti suoi meriti, per noi moderni, le sue remasterizzazioni in digitale, molto vicine al suono “caldo” dei vecchi e compianti vinili (occhio al passo in cui si confrontano i gusti dei giapponesi con quelli degli americani tanto legati alle alternate takes). Nel suo studio ad Engelwood Cliffs, hanno suonato i più grandi del panorama jazzistico degli anni ’50 e ’60, tra cui, va di certo menzionato Miles Davis (Cookin’ with the Miles Davis Gruop) e il meraviglioso A Love Supreme di John Coltrane.

Buona lettura

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Gli Inni di Ugarit, primo esempio di spartito musicale

14 Nov

Il più antico reperto di trascrizione musicale risale alla metà del secondo millennio avanti Cristo. Si tratta degli Inni di Ugarit, un’epigrafe ritrovata in Siria che ci tramanda una musica sacra trascritta in caratteri cuneiformi su una tavoletta di terracotta.

È la cosiddetta tavoletta di Ugarit (1400 a.C.) che raffigura quello che l’assiriologa statunitense Anne Kilmer negli anni ’70 ha interpretato come un vero spartito musicale.

«Grazie a molti di questi reperti – come spiegava su Storica National Geographic del novembre 2010, il docente di archeologia musicale al Conservatorio e all’Università di Trento, Roberto Melini – negli ultimi decenni le cose sono cambiate e se prima conoscevamo gli strumenti dell’antichità oggi ci è anche possibile conoscere, attraverso le annotazioni dei brani, quali note venivano suonate e come. Queste annotazioni, unite alla riproduzione degli strumenti, ci permettono di eseguire oggi quei brani, spesso accompagnati da testi nati per cerimonie e spettacoli, che prima leggevamo solo nella parte letteraria e che oggi possiamo cogliere nella loro interezza».

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