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California Guitar Trio – Yamanashi Blues (1993)

17 Dic

 

Cosa ci fanno un americano, un belga e un giapponese a scuola con Robert Fripp? Non è una barzelletta: fanno il California Guitar Trio. Paul Richards da Salt Lake City, Utah, Bert Lams di Bruxelles e Hideyo Moriya di Tokyo, si conobbero nel 1987 al Guitar Craft Course tenuto dal leader dei King Crimson nel 1991 e poco dopo diedero vita a questo terzetto che in Italia non è molto conosciuto ma che tutti credo avranno almeno canticchiato sotto la doccia il loro tema più famoso: Misirlou (fa parte della colonna sonora di Pulp Fiction).

Bene, Yamanashi Blues è il loro primo album accreditato, una sorta di campionario di quello che questi tre geni riescono a fare con la chitarra. Rigorosamente (elettro)acustici in questo caso. Qui la tecnica è solo corollario per una serie di ricami che con tre chitarre è più facile ottenere: uno tiene i bassi, gli altri due si divertono a rincorrersi tra accordi, arpeggi, scale e triadi. Se vi chiederete che genere suona il CGT, beh, difficile a dirsi, un mix tra musica classica (spesso sembra anche di ascoltare un clavicembalo), musica spagnola, blues (beh, lo dice anche il titolo dell’album…), caraibica, sudamericana, tango.

Insomma, c’è di tutto, basta che vi rilassiate ad ascoltare nel profondo il gioco tecnico dei tre, perché talvolta vi lascerà senza fiato la capacità con cui tre chitarre riescono a mettersi l’una dietro all’altra come le ombre cinesi, per poi sdoppiarsi all’improvviso e amplificare l’armonizzazione con un ventaglio di suoni (qualcosa di rubacchiato dal grande maestro si percepisce), note, accordi, scale, in velocità ma con grande pulizia (e prendo ad esempio Sleepwalk, con lo slide che scivola come burro fuso sulle corde). Già, altro pregio di Yamanashi Blues, consigliato a chi ama la qualità del suono e delle registrazioni.

The Blues Collection 72 – Carey & Lurrie Bell – Father and Son (1993)

25 Nov

Artista/Gruppo: Carey & Lurrie Bell
Titolo: The Blues Collection 72 – Father and Son
Anno: 1993
Etichetta: Orbis De Agostini Group

Prosegue la mia impresa di recensire tutti gli album della Blues Collection. Arduo, lo riconosco, e chissà se riuscirò a finirlo. Forse un giorno, forse quando internet non esisterà più che chatteremo col pensiero. Beoh (oh, mi è venuto così, ma lo lo lascio ‘sto Beoh che mi piace…). Molti di voi – riconosco anche questo – si annoieranno, che balle le raccolte, e neanche originali direte. Ma, scarti non riciclabili che non siete altro: la musica non ammette balzane frustrazioni feticistiche, la musica è musica, scioglietevi da questo legame con l’album, con la confezione, col disegno, slegatevi, e gustatevi le note, l’armonia, questo soave piacere etereo e immateriale. E allora caliamoci nell’ennesima fatica di Sidistef: The Blues Collection 72 – Carey & Lurrie Bell – Father and Son.

Insomma, il titolo spiega già tutto e non mi resterebbe che lasciarvi all’ascolto. Ma meglio dare prima qualche coordinata, altrimenti vi avrei segnalato l’album come consiglio del giorno. Padre e figlio dunque. Carey e Lurrie, più tutta una serie di Bells che sarebbe stato meglio chiamarlo “father, son and the family Bell”. Ci sono Tyson al basso, James alla batteria, uno Steve all’armonica, a sostituire il vecchio Carey, ma anche a duettarci. Più incisivo il padre, Carey, morto nel 2007, uno di quelli che hanno saputo ben inserirsi nel solco della tradizione del Chicago Blues, quella di Sonny Boy Williamson (I e II), e Little Walter. Carey farà scuola per diverse generazioni con la sua armonica. Assieme a quest’altro tizio qui.

Non vorrei raccontarvi tutto il disco, ma solo una piccola parte, tre brani, tutti registrati a Chicago nel 1988, e pubblicati nel disco in studio Dynasty, uscito nel 1989 sotto l’etichetta Jsp Records. Per ognuno c’è anche una ragione spicciola ma non banale, che vi spiegherò via via. Seguitemi.

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The Blues Collection 77 – Phillip Walker – Steppin’ Up In Class (1993)

18 Nov

Il 22 luglio 2010 la Delta Groove Records inoltrava una mail con cui comunicava al mondo la morte per infarto, del «leggendario bluesman Phillip Walker». Morte fresca (oddio, oltre un anno…) almeno in rapporto a tanti personaggio su cui si scrive e si ascolta, e deceduti tanti decenni fa. Incipit doveroso perché d’attualità, ma l’oggetto del post è il consiglio d’ascolto di questo chitarrista eclettico e variegato che si pone all’interno del delta blues ma che ha affrontato di tutto. Mai banale, di rado fisso sullo stesso standard, Walker ha anche suonato con Clifton Chenier e altri geni del blues americano.

La sua carriera è iniziata a prendere i passi sul gospel e i canti di chiesa R&B, ma poi i risultati sono stati di un’originalità a tratti rinfrancante per chi si ciba di blues dalla mattina alla sera e arriva al punto di dubitare che su tre note in sequenza si possa ancora inventare qualcosa. Per chi ne ha voglia la sua discografia offre tantissimi dischi, anche se come spesso capita, mi trovo a consigliarvi una raccolta tratta dalla Blues Collection. Quasi un’ora di piacevole ascolto, già da What Can I Do vi renderete conto che quando parlavo di originalità avevo ragione. Ciao Phil…

Bo Diddley – Blues Collection n.5 (1993)

19 Apr

Artista/Gruppo: Bo Diddley
Titolo: Blues Collection n.5 – Jungle Music
Anno: 1993

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Coerente. Userei questa parola per aggettivare la scelta di mettere in testa a questa raccolta la canzone The Story Of Bo Diddley. Il perché mi sembra chiaro: in questo brano di apertura del quinto numero della Blues Collection, quello dedicato a Bo Diddley, è stato scelto il testo più emblematico dell’artista, ripreso anche dagli Animals ma in quel caso rivisto nelle liriche, quello in cui Bo si cimenta nel racconto della sua vita, dalla nascita al successo.

In realtà è l’incipit ideale di un cantastorie, di un ramingo della chitarra, che si appella al suo talento chitarristico per espletare alla storia della sua affermazione. Fatta appositamente per chi vuole capire chi è Bo Diddley. La nascita («I was born one night about twelve o’clock»), il primo contatto con un agente («Now, a man stepped out wit’ a long cigar. He said, ‘Sign this line and I can make you a star»), il primo ingaggio alla Chess Records («My first engagement was in Chicago»).

Le rime di Diddley sono ricercate, strappate al suono, decostruite, il tutto per raggiungere il tutto.

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Louisiana Red – Blues Collection n.81 (1993)

14 Apr

Artista/Gruppo: Louisiana Red
Titolo: Blues Collection n.81 – Pretty Woman
Anno: 1993
Etichetta: De Agostini

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Continua la mia rassegna della Blues Collection e ogni volta cerco di fornirvi informazioni nuove anche riguardo a questa immensa e vasta raccolta. Non è semplice e con Foxtrot ne abbiamo già parlato al riguardo.

Percorrendola a ritroso nel tempo, dato che quando uscì questa collezione era il 1993, ho scoperto che si trattava di uscite periodiche, un album con allegato un piccolo booklet contenente informazioni sull’artista e che in realtà la raccolta, edita dalla De Agostini, era intitolata Blues Collection Magazine e sarebbe veramente molto interessante riuscire a risalire a tutti quei pamphlet.

Ora rivolgiamo il nostro sguardo sull’artista che ho deciso di recensire: Louisiana Red, chitarrista e armonicista che influenzò e fu influenzato a sua volta da Muddy Waters. Il suo nome compare nella Blues Collection al numero 81.

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Big Joe Williams – Blues Collection n.36 (1993)

1 Apr
Artista/Gruppo: Big Joe Williams
Titolo: Blues Collection n.36 – Baby Please Don’t Go
Anno: 1993

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Ancora una volta pesco dalla Blues Collection. D’altronde è l’unico modo che ho, in base alle mie disponibilità allo stato attuale delle cose, per ascoltare materiale di Big Joe Williams, storico compositore di Delta Blues. Anche se di cose se ne trovano in giro e non tarderò a riparare al misfatto.

Quello che colpisce al primo impatto quando si ascolta questa raccolta è la scansione in tre blocchi distinti di date in cui vennero registrate le tracce. Si va dal 1935 al 1937 per poi concludere con le registrazioni più mature del 1941. La progressione in ordine cronologico trova un’eccezione solo con Baby please don’t go che pur essendo stata registrata nel 1935 si trova a cesura tra le tracce del ’37 e quelle più mature del ’41.

Dunque, i primi sei brani sono tutti del ’35, a ridosso del contratto che legò dall’anno precedente Big Joe alla Bluebirds records. Qui ci sono da notare due curiosità. La prima è che questi sono gli anni in cui Big Joe Williams si inizia a cimentare con un’accordatura di chitarra tutta basata sulle note Sol-Re-Si, variate armonicamente.

Sleepy John Estes – Blues Collection n.53 (1993)

30 Mar

Artista/Gruppo: Sleepy John Estes
Titolo: Blues Collection n.53 – Drop Down Mama
Anno: 1993

Oggi proverò a fare qualcosa che non mi sarà molto facile, ma che risulta essere un modo comodo per recensire artisti preistorici. Come si dice: chi non ama Benny Goodman o Roy Eldridge non è un vero amante del jazz”. Così io dico: chi non ama Robert Johnson o Big Bill Broonzy non è un vero amante del blues.

E come per il jazz, anche per il blues di prima maniera ci troviamo di fronte a una galassia, ma che dico, a un universo di nomi, registrazioni sparse qua e là, spesso difficilmente se non praticamente impossibile da raccogliere in album specifici. Soprattutto se parliamo di musica ante II Guerra Mondiale. Ma è anche vero che se entri nella storia un motivo ci sarà e in un modo o nell’altro, alzando il naso all’insù qualsiasi stella si ammiri splenderà sempre della stessa luce delle altre.

Ce ne saranno alcune che ammireremo con più emozione, perché comprese in qualche particolare costellazione, altre (la maggior parte) che ci sfuggiranno, non perché meno luminose ma perché escluse dal nostro patrimonio culturale e quindi non classificate per gruppi, solitarie, apparentemente anonime. Per questo esperimento recensivo ecco che mi accingo a pescare nell’infinito tempio della musica folk statunitense quale è il blues e il country. Chiedendo soccorso a una colossale raccolta che a qualsiasi amante o uditore della prima ora di blues consiglio: la Blues Collection. Ben 92 cd su cui è raccolta la crema del genere, fin dall’alba dei suoi tempi. E da questo calderone estrapolo (quasi a caso, mi verrebbe da dire) il disco numero 53, Sleepy John Estes – Drop Down Mama.

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